100 LITRI DI BIRRA - LE MALINCONICHE E GROTTESCHE OSSESSIONI FINLANDESI - SPECIALE BIOGRAFILM 2025
Di Teemu Nikki non si può non apprezzare la costanza in rapporto alla qualità media delle sue pellicole. Estremamente prolifico, si rivelò al pubblico italiano con Il cieco che non voleva vedere il Titanic (2021) vincitore il premio degli spettatori nella sezione Orizzonti del Festival del cinema di Venezia. In quel film sperimentava con la forma, facendoci immedesimare in un personaggio affetto da sclerosi multipla e parzialmente non vedente. Negli ultimi anni il regista finlandese ha deciso di adeguarsi a una forma cinematografica standardizzata e sia nel suo precedente film La morte è un problema dei vivi (2023) che in 100 litri di birra crea una commedia di coppia. Se in La morte è un problema dei vivi i protagonisti erano due uomini alle prese con una strana bisca online che proponeva ai suoi concorrenti una roulette russa, qui abbiamo due produttrici di birra che devono convivere con la loro dipendenza da alcool, causa di tragici problemi in passato e ostacolo per il loro obiettivo finale: produrre cento litri di Shati (nota birra finlandese) per il matrimonio della loro sorella minore.
Dopo aver visto un film di Nikki, raramente si avrà un umore negativo o si proverà una delusione per lo spettacolo ricevuto. Quello di essere un regista estremamente capace di muoversi all’interno di un’industria, ormai cosa rara soprattutto nel panorama cinematografico europeo, è il suo punto di forza. Nikki ricorda quei registi di commedie integrati in un sistema cinematografico (i suoi film sbancano il botteghino finlandese), si muove con personalità nel genere riuscendo ad equilibrare il grottesco all’esistenzialismo nordico, in una fusione inusuale ma capace di portare sempre il risultato a casa.
Dopo aver visto un film di Nikki, raramente si avrà un umore negativo o si proverà una delusione per lo spettacolo ricevuto. Quello di essere un regista estremamente capace di muoversi all’interno di un’industria, ormai cosa rara soprattutto nel panorama cinematografico europeo, è il suo punto di forza. Nikki ricorda quei registi di commedie integrati in un sistema cinematografico (i suoi film sbancano il botteghino finlandese), si muove con personalità nel genere riuscendo ad equilibrare il grottesco all’esistenzialismo nordico, in una fusione inusuale ma capace di portare sempre il risultato a casa.
Ed è ciò che riesce a fare anche con 100 litri di birra, certamente non il suo miglior film (i due citati precedentemente sono sicuramente più riusciti) ma che nella sua canonicità strutturale, diverte e innesta nello spettatore un bizzarro senso di malinconia nei confronti di una vita che sta sfuggendo di mano.
Pirkko (Elina Knihtilä) tra le due è quella che ha una dipendenza più forte, porta nei guai sua sorella Taina (Pirjo Lonka) leggermente più razionale di lei, e ricorda i ruoli di Zach Galifiniakis nelle commedie di Todd Philips: è il personaggio più irriverente e scanzonato, ma è anche quello che avrà il momento più tragico, che nasconde una profonda malinconia ma che cerca costantemente di sovrastarla attraverso l’irrazionalità. Sono soluzioni già ben integrate nella costruzione di una commedia, ma non è banale saperle gestire a dovere. Nikki, ancora una volta, riesce a calibrare il suo film, indirizzando lo spettatore sia nei momenti dove a regnare è la commedia più sguaiata che in quelli più malinconici.
Certo, non avrà la classe di Aki Kaurismäki o le capacità registiche di Juho Kuosmanen, ma il cinema finlandese sembra non poter fare a meno di Teemu Nikki: uno di quei cineasti che sanno cosa comporta e cosa significa fare questo mestiere.
Pirkko (Elina Knihtilä) tra le due è quella che ha una dipendenza più forte, porta nei guai sua sorella Taina (Pirjo Lonka) leggermente più razionale di lei, e ricorda i ruoli di Zach Galifiniakis nelle commedie di Todd Philips: è il personaggio più irriverente e scanzonato, ma è anche quello che avrà il momento più tragico, che nasconde una profonda malinconia ma che cerca costantemente di sovrastarla attraverso l’irrazionalità. Sono soluzioni già ben integrate nella costruzione di una commedia, ma non è banale saperle gestire a dovere. Nikki, ancora una volta, riesce a calibrare il suo film, indirizzando lo spettatore sia nei momenti dove a regnare è la commedia più sguaiata che in quelli più malinconici.
Certo, non avrà la classe di Aki Kaurismäki o le capacità registiche di Juho Kuosmanen, ma il cinema finlandese sembra non poter fare a meno di Teemu Nikki: uno di quei cineasti che sanno cosa comporta e cosa significa fare questo mestiere.
Di Saverio Lunare
11/06/2025