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28 ANNI DOPO

RECENSIONE

28 ANNI DOPO - LA SPERANZA DI RINASCITA DI DANNY BOYLE E ALEX GARLAND

Quando nel 2002 la coppia Danny Boyle (regia) - Alex Garland (sceneggiatura) creò 28 giorni dopo, lo fece per analizzare la rabbia urbana del popolo britannico. In quel grezzo, eccezionale, film pandemico, l’uomo è già infetto anche prima di venire realmente contagiato. L’essere umano non ha bisogno del contatto con il virus per mettere in mostra la sua rabbia, è già intrinseca al suo interno.

Sarà per l’avanzare dell’età o per i tempi estremamente cinici che corrono, ma dall’anti-umanesimo, la coppia passa alla speranza nei confronti dell’umanità in 28 anni dopo, sequel del primo capitolo che vede tornare il duo al comando dopo la non fortunatissima intrusione di Juan Carlos Fresnadillo con 28 settimane dopo.
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Quasi tre decenni dopo lo scoppio della pandemia dovuta dal virus della rabbia, alcuni sopravvissuti hanno cercato di ricominciare in una piccola isola, collegata con la terra ferma soltanto da una stradina percorribile esclusivamente con la bassa marea. Quando Jamie (Aaron Taylor-Johnson) accompagna suo figlio Spike (Alfie Williams) per la prima volta sulla terra ferma, il ragazzo vedrà con i suoi occhi in che condizioni vige l’umanità. Ma dopo aver scoperto che è presente un dottore (Ralph Fiennes) che vive tra gli infetti, il ragazzo farà di tutto per accompagnare sua madre malata (Jodie Comer) da lui.
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Mentre gli infetti si stanno umanizzando, con tanto di gerarchizzazione e procreazione, gli esseri umani devono andare oltre, cercando un contatto spirituale, non obbligatoriamente divino quanto di accettazione della morte. Su questa base il film diretto da Danny Boyle costruisce il suo percorso, bisogna convivere con l’attuale Mondo ed essere consapevoli che dopo l’apocalisse ci sarà sempre una rinascita. Gli infetti di 28 anni dopo sono sempre più simili agli uomini primitivi, con tanto di maschi Alfa e donne capaci di dare nuova vita. L’andamento sembrerebbe essere quello di una nuova umanità che sostituirà quella vecchia, come da sempre la storia del Mondo ha previsto (il riferimento va subito al sergente Farrell del primo capitolo).

Boyle e Garland si concentrano sull’isolamento del Regno Unito ormai abbandonato dal resto del Mondo e messo in quarantena. Era soltanto un piccolo ingrediente in 28 giorni dopo, qui è centrale. E non sembra un caso data la recente storia del Paese, con l’uscita dall’Unione Europea attraverso la Brexit. Nel film il resto del mondo sta subendo un avanzamento tecnologico e sociale, il Regno Unito ne è impossibilitato dal virus, l’apocalisse si sta compiendo esclusivamente lì, in una metafora nemmeno poi così tanto nascosta degli effetti della manovra voluta da Boris Johnson e dagli euroscettici del partito conservatore.

È soltanto una prima parte e per un giudizio complessivo dobbiamo aspettare. Ma basandoci su questo capitolo, Danny Boyle e Alex Garland sono riusciti a creare un nuovo tassello capace di aggiungersi a quello di ventitré anni fa su come si teorizzi l’essere umano in quanto animale sociale all’interno di un contesto apocalittico. E nonostante siano infetti e non zombie - come evidenziato da George Romero in riferimento al primo capitolo - il maestro degli horror sociali non può non venir in mente, nel 2002 come nel 2025.
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Di Saverio Lunare
19/06/2025

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