4 MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO - I PRIMI LAMPI DI ANARCHIA ARGENTIANA
Torna in sala, grazie a Cat People e CGTV, il terzo film di Dario Argento in versione 4K restaurata dalla Cineteca di Bologna. Dopo l’esordio con L’uccello dalle piume di cristallo e il secondo capitolo della “trilogia degli animali” Il gatto a nove code, il regista romano conclude la sua ideologica trilogia nel 1971 con 4 mosche di velluto grigio, in cui i primi sprazzi di anarchia narrativa — tipica della parte più celebre e riuscita della carriera di Argento — vengono messi in scena, così come le future ossessioni argentiane: dal rapporto freudiano con le figure genitoriali, alla memoria visiva come elemento risolutrice dell’intero plot.
Roberto Tobias (Michael Brandon) è un batterista rock che dopo aver commesso un fortuito omicidio viene perseguitato da un inquietante testimone. Tra sogni di giustizia capitale e misteriose morti, l’uomo deve superare il senso di colpa e indagare su chi si nasconde dietro il suo persecutore.
Argento già dal suo esordio ha messo le cose in chiaro: si va oltre la struttura del classico giallo. Nessun detective con la pipa in bocca, ma persone comuni che si imbattono in casi in cui la propria psiche è il vero ostacolo per accedere alla risoluzione e il contesto urbano — sempre filtrato dalla creatività visiva del regista — è co-protagonista dell’opera. In 4 mosche di velluto grigio l’ambientazione è indefinita, ma l’assemblaggio di varie città italiane: da Milano a Torino, da Roma a Tivoli, crea un luogo pienamente inserito nell’urbanità di inizio anni Settanta. Tra metro sotterranee e palazzi imponenti, tra ville borghesi e quotidiani rapporti tra vicinati, la città è elemento fondamentale per i gialli argentiani, un antipasto dell’utilizzo che il regista farà di Torino in Profondo Rosso.
Roberto Tobias (Michael Brandon) è un batterista rock che dopo aver commesso un fortuito omicidio viene perseguitato da un inquietante testimone. Tra sogni di giustizia capitale e misteriose morti, l’uomo deve superare il senso di colpa e indagare su chi si nasconde dietro il suo persecutore.
Argento già dal suo esordio ha messo le cose in chiaro: si va oltre la struttura del classico giallo. Nessun detective con la pipa in bocca, ma persone comuni che si imbattono in casi in cui la propria psiche è il vero ostacolo per accedere alla risoluzione e il contesto urbano — sempre filtrato dalla creatività visiva del regista — è co-protagonista dell’opera. In 4 mosche di velluto grigio l’ambientazione è indefinita, ma l’assemblaggio di varie città italiane: da Milano a Torino, da Roma a Tivoli, crea un luogo pienamente inserito nell’urbanità di inizio anni Settanta. Tra metro sotterranee e palazzi imponenti, tra ville borghesi e quotidiani rapporti tra vicinati, la città è elemento fondamentale per i gialli argentiani, un antipasto dell’utilizzo che il regista farà di Torino in Profondo Rosso.
La gestione urbana non è l’unico elemento embrionale di ciò che sarà Profondo Rosso. In 4 mosche di velluto grigio Dario Argento fa le prove con l’inganno della memoria e con l’occhio osservante come mezzo risolutore, ma anche come depistaggio della realtà. Con L’uccello dalle piume di cristallo, il regista aveva messo in scena come il ribaltamento della prospettiva di ciò che viene visto possa essere la strada giusta per raggiungere la verità; in 4 mosche di velluto grigio una fotografia impressa sulla retina dell’occhio darà un indizio illuminante a Roberto per risolvere il caso. Tutti ingredienti che formeranno l’espediente dello specchio in Profondo Rosso e che sono esplicativi dell’interesse di Argento nei confronti delle illusioni della mente e dello sguardo umano.
Argento darà vita ai suoi capolavori più importanti — Dal già citato Profondo Rosso a Suspiria, passando per Inferno -- quando abbandonerà definitivamente le limitazioni strutturali e narrative. Ma 4 mosche di velluto grigio è anche l’ennesima prova di come il cinema statunitense della seconda metà del ‘900 abbia succhiato dal cinema italiano. Nello specifico chiedere a Jim Gilliespie che con il suo film di maggior successo: So cosa hai fatto (1997), al film di Argento non soltanto ha rubato qualche sequenza qua e là (come accadeva spesso), ma metà pellicola (senza un briciolo del talento e della capacità creativa di Argento).
Argento darà vita ai suoi capolavori più importanti — Dal già citato Profondo Rosso a Suspiria, passando per Inferno -- quando abbandonerà definitivamente le limitazioni strutturali e narrative. Ma 4 mosche di velluto grigio è anche l’ennesima prova di come il cinema statunitense della seconda metà del ‘900 abbia succhiato dal cinema italiano. Nello specifico chiedere a Jim Gilliespie che con il suo film di maggior successo: So cosa hai fatto (1997), al film di Argento non soltanto ha rubato qualche sequenza qua e là (come accadeva spesso), ma metà pellicola (senza un briciolo del talento e della capacità creativa di Argento).
Di Saverio Lunare
16/07/2025