A DIFFERENT MAN - DUPLICARSI PER RACCONTARE
COME L'ESSERE UMANO RESTA SEMPRE UNO
Non soltanto un film sul cambiamento personale dato da uno stravolgimento fisico e sul rapporto umano con la diversità (o con la presunta tale). A Different Man è, soprattutto, un film sulla messa in scena (fondamentale non confondere la preposizione “sulla” con quella semplice “di”). È attraverso essa che il protagonista ha uno sviluppo (o meglio una decrescita), ed è grazie ad una messa in scena che il film racconta il rapporto con la duplicità dell’essere umano.
Edward (Sebastian Stan) soffre della sindrome di Proteo e a causa del suo aspetto fisico, l’aspirante attore, ha difficoltà a relazionarsi socialmente. Dopo il rifiuto di Ingrid (Renate Reinsve), drammaturga e sua vicina di casa, l’uomo deciderà di sottoporsi ad una cura sperimentale che lo trasformerà esteticamente. Ma il suo nuovo aspetto, che inizialmente gli ha portato successo lavorativo e relazionale, si trasformerà presto in un inferno.
La duplicità estetica di Sebastian Stan coincide con la duplicità strutturale del film. Nella seconda parte assistiamo alla messa in scena teatrale di ciò che abbiamo visto nella prima, ed è attraverso quella rievocazione attoriale che i personaggi scoprono parti di se stessi. Questa eccezionale trovata è il fulcro del film di Aaron Schimberg che sì, mette al centro di A Different Man il rapporto con il proprio essere interiore, rispetto a quello esteriore (tematica “abusata” narrativamente in ogni salsa), ma lo fa attraverso questa originale struttura, che è parte teorica fondamentale dell’intera pellicola.
Edward (Sebastian Stan) soffre della sindrome di Proteo e a causa del suo aspetto fisico, l’aspirante attore, ha difficoltà a relazionarsi socialmente. Dopo il rifiuto di Ingrid (Renate Reinsve), drammaturga e sua vicina di casa, l’uomo deciderà di sottoporsi ad una cura sperimentale che lo trasformerà esteticamente. Ma il suo nuovo aspetto, che inizialmente gli ha portato successo lavorativo e relazionale, si trasformerà presto in un inferno.
La duplicità estetica di Sebastian Stan coincide con la duplicità strutturale del film. Nella seconda parte assistiamo alla messa in scena teatrale di ciò che abbiamo visto nella prima, ed è attraverso quella rievocazione attoriale che i personaggi scoprono parti di se stessi. Questa eccezionale trovata è il fulcro del film di Aaron Schimberg che sì, mette al centro di A Different Man il rapporto con il proprio essere interiore, rispetto a quello esteriore (tematica “abusata” narrativamente in ogni salsa), ma lo fa attraverso questa originale struttura, che è parte teorica fondamentale dell’intera pellicola.
Quando Edward (diventato Guy) dovrà confrontarsi con Oswald (Adam Pearson), anch’egli affetto dalla sindrome e che piano piano si impossesserà della vita che Edward ha sempre sognato, il discorso di nemesi scenica raggiungerà il suo picco, in un rapporto costante con il desiderio di piacere esteticamente agli altri che va in contrasto con il reale piacere provato dalle persone. Emblematico, in questa direzione, il personaggio di Ingrid, che riformula a seconda del suo sguardo e della sua penna gli avvenimenti vissuti. È lei la scrittrice di quella messa in scena in cui la duplicità si affermerà ed è lei l’oggetto del desiderio di Edward che lo porterà a cambiare aspetto. Ma la mente e il desiderio della donna sono più complessi di quanto appaiano ad un primo impatto, per questo l’apprezzamento fisico verrà sovvertito dall’entrata in scena di Oswald e dal suo charme personale che riesce a mettere in secondo piano il canone fisico previsto dalla società.
Perché Edward era un uomo dal poco fascino prima e lo sarà anche dopo il cambiamento estetico, non basta cambiare il proprio aspetto per poter cambiare il proprio essere.
Di Saverio Lunare
Perché Edward era un uomo dal poco fascino prima e lo sarà anche dopo il cambiamento estetico, non basta cambiare il proprio aspetto per poter cambiare il proprio essere.
Di Saverio Lunare