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A HOUSE OF DYNAMITE

RECENSIONE

A HOUSE OF DYNAMITE - NON SE, MA QUANDO ARRIVER​À L'INCUBO COLLETTIVO - SPECIALE VENEZIA 82

Era assente alla regia dal 2017 con Detroit, è tornata con il suo nuovo film in concorso all’82a edizione del Festival del cinema di Venezia. Kathryn Bigelow nel 1995 con Strange Days ha anticipato i tempi, raccontandoci il nuovo millennio attraverso una distopia ben radicata nell’immediato futuro. Con la sua nuova pellicola A House of Dynamite la regista statunitense è nuovamente interessata ad ‘allarmarci’ su ciò che sarà il domani, non a caso lo slogan scelto da Netflix per il film recita “non se, quando”.

Un missile nucleare proveniente da un’indefinita Nazione viene scagliato contro gli Stati Uniti d’America. Al Pentagono e alla Casa Bianca si cerca in tutti i modi di neutralizzare la minaccia, scoprire chi è stato il responsabile dell’attacco e scegliere una controffensiva.

Lo stesso evento analizzato da vari punti di vista, componendo un cerchio che racconta non soltanto la situazione geopolitica attuale — con la minaccia di una terza guerra mondiale alle porte e un equilibrio mondiale sempre più labile — ma che analizza anche ciò che sono stati gli USA nella loro storia. La mente non può che viaggiare, ed è evidente che il riferimento all’11 settembre — la regista ha già affrontato il tema nei film precedenti (The Hurt Locker e Zero Dark Thirty) — sia presente nel film. Come si reagisce a una catastrofe imminente? Come gli Stati Uniti d’America hanno risposto agli eventi del 2001 e come risponderebbero a un attacco senza precedenti? Bigelow gira il suo Contagion -- Soderbergh anticipò i tempi nel 2011 prevedendo ciò che accadrà nove anni dopo — e lo struttura in maniera simile al film del regista di Presence, raccontandoci la catastrofe attraverso il dilemma tra ruolo e umanità (un grande tema di questa edizione del Festival è proprio l’importanza di restare essere umani, in momenti in cui sembra impossibile).
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Il suo cerchio è preciso — dato da una scrittura sorprendente — e se a tratti può sembrare un meccanismo chiuso in se stesso, una sorta di esercizio di stile, il film in realtà mostra una capacità di gestire la tensione appartenente soltanto alle grandi registi. Il ritmo non cala mai, anche quando ripercorriamo gli stessi momenti filtrati dagli occhi di altri personaggi. Oltre a una sceneggiatura forte, per poter permettere che ciò avvenga, è necessaria anche una grande intensità attoriale e registica.

Kathryn Bigelow torna in grande stile. La sua mancanza (quasi dieci anni) si è sentita nel cinema statunitense contemporaneo, che ha visto in Alex Garland (Civil War, Warfare) uno dei pochi autori capaci di seguire le orme della regista, ma che con A House of Dynamite è tornata a inserire un nuovo tassello nella sua analisi dell’America e di un terrore collettivo per un presente sempre più allarmante.
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Di Saverio Lunare
06/09/2025

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