ADOLESCENCE - LA RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE ALL'INTERNO DI UN SISTEMA COLLETTIVAMENTE SBAGLIATO
Affinché la serie di Philip Barantini assumi un senso, bisogna attendere la quarta e ultima puntata. È lì che si dichiara, anche tecnicamente, per ciò che è: Adolescence non è una serie sugli adolescenti, quanto sui genitori e sul loro rapporto con la responsabilità individuale all’interno di un sistema collettivamente sbagliato.
Non sembra un caso che a co-sceneggiare la serie sia Stephen Graham, attore che interpreta il padre di Jamie (Owen Cooper) il pre adolescente accusato dell’omicidio di una sua coetanea. Graham grazie alla sua grandiosità attoriale, riesce perfettamente a trasmettere allo spettatore cosa sia realmente Adolescence, come la serie di Barantini analizzi la distanza generazionale tra la Gen X e la Gen Z, e che questa distanza non sia un problema del singolo individuo, ma di un irrefrenabile e velocissimo aumento delle aspettative sociali e relazionali, in un sistema finalizzato a portare odio e a mettere in competizione tra loro sessi opposti e giovani che non hanno il tempo di maturare.
La gioventù strappata via, portata a confrontarsi con dinamiche che non dovrebbero appartenere ad un ragazzo di 13 anni, viene dichiarata subito da Barantini. Nella prima sequenza di Adolescence vediamo l’ingresso violento della polizia nella casa di Jamie, il suo arresto si contrappone a un gesto infantile ma naturale, il ragazzo che si urina nei pantaloni per la paura. La serie si apre con questo contrasto, con questo paradosso che (non sarà l’unico) è un momento di unione tossico tra il mondo adulto e quello dei ragazzini, è quel punto di contatto che non dovrebbe esistere.
Ed è così che nel terzo episodio, quello tanto discusso e chiacchierato, osserviamo Jamie confrontarsi con una psicologa (Erin Doherty). La donna viene spesso messa in difficoltà dal modo di porsi del ragazzo, terrorizzata da come in un ragazzo così giovane possa nascondersi tanta manipolazione, lei che con gente manipolata e manipolatrice si è da sempre confrontata. Ancora una volta un rapporto generazionale, un incomprensione di come possa esistere questa asetticità nei confronti della gravità dell’atto compiuto, paradossalmente accettato da parte dell’opinione pubblica e da quel sistema tanto popolare sul web, in cui uomini si sentono in dovere di spiegare il perché bisogna agire in un certo modo e gettizzare i rapporti relazionali attraverso l’aspetto fisico, la popolarità e lo status. La famosa teoria dell’ 80%/20% tanto citata nella serie e che mette in evidenza come questa manipolazione agisca nella mente di giovani ragazzi e ragazze, rapportandoli già in tenera età alle classi sociali e alla competizione capitalistica (in cui il capitale non è obbligatoriamente quello economico).
Non sembra un caso che a co-sceneggiare la serie sia Stephen Graham, attore che interpreta il padre di Jamie (Owen Cooper) il pre adolescente accusato dell’omicidio di una sua coetanea. Graham grazie alla sua grandiosità attoriale, riesce perfettamente a trasmettere allo spettatore cosa sia realmente Adolescence, come la serie di Barantini analizzi la distanza generazionale tra la Gen X e la Gen Z, e che questa distanza non sia un problema del singolo individuo, ma di un irrefrenabile e velocissimo aumento delle aspettative sociali e relazionali, in un sistema finalizzato a portare odio e a mettere in competizione tra loro sessi opposti e giovani che non hanno il tempo di maturare.
La gioventù strappata via, portata a confrontarsi con dinamiche che non dovrebbero appartenere ad un ragazzo di 13 anni, viene dichiarata subito da Barantini. Nella prima sequenza di Adolescence vediamo l’ingresso violento della polizia nella casa di Jamie, il suo arresto si contrappone a un gesto infantile ma naturale, il ragazzo che si urina nei pantaloni per la paura. La serie si apre con questo contrasto, con questo paradosso che (non sarà l’unico) è un momento di unione tossico tra il mondo adulto e quello dei ragazzini, è quel punto di contatto che non dovrebbe esistere.
Ed è così che nel terzo episodio, quello tanto discusso e chiacchierato, osserviamo Jamie confrontarsi con una psicologa (Erin Doherty). La donna viene spesso messa in difficoltà dal modo di porsi del ragazzo, terrorizzata da come in un ragazzo così giovane possa nascondersi tanta manipolazione, lei che con gente manipolata e manipolatrice si è da sempre confrontata. Ancora una volta un rapporto generazionale, un incomprensione di come possa esistere questa asetticità nei confronti della gravità dell’atto compiuto, paradossalmente accettato da parte dell’opinione pubblica e da quel sistema tanto popolare sul web, in cui uomini si sentono in dovere di spiegare il perché bisogna agire in un certo modo e gettizzare i rapporti relazionali attraverso l’aspetto fisico, la popolarità e lo status. La famosa teoria dell’ 80%/20% tanto citata nella serie e che mette in evidenza come questa manipolazione agisca nella mente di giovani ragazzi e ragazze, rapportandoli già in tenera età alle classi sociali e alla competizione capitalistica (in cui il capitale non è obbligatoriamente quello economico).
Quando l’idea che il piano sequenza sia soltanto uno sfizio tecnico da parte del regista e della produzione - a differenza, ad esempio, della pellicola precedente di Barantini: quel Boiling Point (2023) in cui il tecnicismo era parte integrante della narrazione sensoriale dell’opera - serve ancora una volta l’ultimo episodio per farci (parzialmente) cambiare idea. Il quarto episodio non può prescindere dal piano sequenza, la crescita che lo spettatore deve compiere all’interno del nucleo familiare di Jamie e alla sua ricerca di normalità, deve arrivare in un tempo molto breve. Non c’è spazio per il montaggio, è necessario che lo spettatore viva il tempo reale della famiglia e si relazioni con lei attraverso il desiderio di ritorno ad una routine ordinaria nella prima parte, e nel processo che Eddie (Stephen Graham) compie nell’auto-colpevolizzazione di se stesso nella seconda.
Bisogna attendere, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo (è una miniserie, dunque lo sforzo non è esagerato), il prodotto di Philip Barantini (regia), Jack Thorne e Stephen Graham (sceneggiatura) può rivelarsi un ottimo esempio di come si può raccontare l’incomunicabilità generazionale utilizzando tematiche dall’attualità e dalla forza indiscutibile.
Di Saverio Lunare
Bisogna attendere, ma se si ha la pazienza di arrivare in fondo (è una miniserie, dunque lo sforzo non è esagerato), il prodotto di Philip Barantini (regia), Jack Thorne e Stephen Graham (sceneggiatura) può rivelarsi un ottimo esempio di come si può raccontare l’incomunicabilità generazionale utilizzando tematiche dall’attualità e dalla forza indiscutibile.
Di Saverio Lunare