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ANEMONE

RECENSIONE

ANEMONE - IL DOLCE E DIFETTOSO RITORNO DI DANIEL DAY-LEWIS

Era da Il filo nascosto (2017) che Daniel Day-Lewis non recitava in un film. Dopo il capolavoro di Paul Thomas Anderson, l’attore britannico ha annunciato (per l’ennesima volta) l’abbandono delle scene. Otto anni dopo, il suo genio recitativo fa ritorno su grande schermo con Anemone, l’esordio di suo figlio Ronan.

Anemone è come se fosse un corpo che si contorce su se stesso fino a scomparire. I suoi 125 minuti non vanno oltre una mono dimensione e un’ossatura troppo esile per reggere una simile durata. E non sembra un caso che il regista Ronan Day-Lewis — insieme a suo padre Daniel che firma anche la co-sceneggiatura, oltre che a essere produttore esecutivo e attore principale della pellicola — riempia la sua opera prima di lunghi monologhi attoriali e forzate metafore visive. Come se fosse consapevole del magro corpo strutturale del film e abbia deciso di contornarlo il più possibile di meccanismi e soluzioni finalizzate al raggiungimento di un risultato che vada oltre un cortometraggio di venti minuti, che forse sarebbero bastati per arrivare al punto.

Ray (Daniel Day-Lewis) ha deciso di vivere isolato nei boschi dopo essere stato reduce della guerra civile irlandese. Quando suo fratello Jem (Sean Bean) decide di fargli visita con lo scopo di far ricongiungere Ray con il suo problematico figlio Brian (Samuel Bottomley), i due avranno un acceso confronto e la vita dell’uomo potrebbe subire un riconciliatorio cambiamento.
Foto
La poca riuscita del film — che vive di qualche buon guizzo registico e dell’assoluta dominanza attoriale da parte della coppia Sean Bean-Daniel Day-Lewis — aumenta la dolcezza che c’è dietro l’operazione. Sarebbe stato troppo facile (e convenevole) per Daniel Day-Lewis tornare con l’ennesimo capolavoro di Paul Thomas Anderson o Martin Scorsese, e sappiamo quanto l’attore sia ambito dai maggiori registi mondiali. Lui invece ha deciso di tornare con il non riuscito esordio di suo figlio Ronan, co-sceneggiandolo, producendolo e mettendosi al servizio dell’esigenza artistica — evidentemente ancora troppo acerba — del figlio.

Anemone, in fin dei conti, è un film che racconta di un padre irraggiungibile, e nonostante i suoi tanti, troppi, difetti cinematografici, riesce in qualche modo a toccare qualche corda — molto più sotto il punto di vista contestuale che testuale — del nostro sentimentalismo.
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Di Saverio Lunare
07/11/2025

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