ASPETTANDO IL CINEMA RITROVATO 2026
L’edizione XL, quarantesima ed extra large, de Il Cinema Ritrovato — il festival bolognese in cui vengono proiettati restauri da tutto il mondo e film in pellicola — è iniziata in anticipo con un antipasto di ciò che succederà nel capoluogo emiliano dal 20 al 28 giugno. Oltre 500 proiezioni distribuite in 8 sale, tra cui il cinema più bello del mondo in Piazza Maggiore. Noi di Addiction Cinema vi porteremo dentro il paradiso dei cinefili, raccontandovi il Festival quotidianamente. Iniziamo con il pre-festival, tra chicche riscoperte, capolavori della storia del cinema e indimenticabili cult.
HE RAN ALL THE WAY DI JOHN BARRY (1951)
Dalla sceneggiatura di uno dei più grandi scrittori di Hollywood, reso celebre non solo per i suoi lavori ma anche per essere stato una delle vittime più oltraggiate dal maccartismo, He Ran All The Way possiede tutta la maestria della penna di Dalton Trumbo, soprattutto nel passaggio dal noir alla commedia di equivoci, per poi fare il percorso inverso e tornare alla base. Nel contesto da heist movie in cui la pellicola di John Barry si muove, sono presenti elementi da commedia borghese. Ed è così che il protagonista interpretato da John Garfield — rapinatore che inganna i sentimenti di una giovane ragazza (Shelley Winters) e si rifugia nella sua abitazione — possiede dei grandi “mommy’s issues” e sembra più intenzionato a creare il suo personale focolare domestico che sfuggire realmente alla legge. Questo è un corto circuito vincente, che innalza il film — ben diretto oltre che scritto — da semplice pellicola facilmente inglobabile nel tanto cinema simile di quegli anni ad affascinante caso di studio su come si possano gestire le contaminazioni da generi opposti.
LA BUGIARDA DI LUIGI COMENCINI (1965)
Tra i film meno conosciuti del regista nativo di Salò riscoperto e restaurato dalla Cineteca di Bologna. La bugiarda, uscito lo stesso anno del capolavoro di Antonio Pietrangeli Io la conoscevo bene, è una commedia costruita su un personaggio femminile appartenente a un’altra epoca, troppo avanti per i costumi italiani pre-sessantottini. La Maria di Catherine Spaak ha un’idea dell’amore che sembra anticipare i tempi, oltrepassando i limiti della monogamia per abbracciare quelli di un possibile poliamore, a discapito dei suoi uomini, inizialmente inconsapevoli delle relazioni instaurate dalla giovane. Ma a differenza dei grandi ritratti femminili di quegli anni, la commedia di Comencini funziona più sulle singole sequenze, rispetto a uno reale sviluppo e stratificazione del carattere della sua protagonista, interessante per il soggetto di partenza ma che rischia di essere limitata dalla sua caratterizzazione monodimensionale. Vincenti, invece, le battute e le interazioni tra i due uomini interpretati da Enrico Maria Salerno — protagonista del momento più esilarante dell’intero film, con la messa in discussione dell’orgoglio borghese rispetto a quello nobiliare — e da Marc Michel.
DJANGO DI SERGIO CORBUCCI (1966)
Lo spaghetti western che riscrive i racconti di frontiera con il post-guerra civile che viene filtrato dagli occhi degli italiani e quindi non si risparmia sul sangue e sulle crudeltà visive. A differenza dei western di Sergio Leone, Django “dell’altro Sergio” mette in scena tutte le “franchezze” del cinema di genere italiano, quello più puro e istintivo, settando un altro modo di interpretare il genere che ha reso grande il cinema americano e che negli anni ‘60 si è spostato in parte nelle produzioni europee e oltreoceano nelle rivisitazioni degli autori pre-New Hollywood. Nel film di Sergio Corbucci si parte dall’iconografia del pistolero: un indimenticabile Franco Nero che si porta con sé una bara, e successivamente si passa al contesto da far west — le guerre territoriali tra i sudisti che non hanno accettato la sconfitta e i messicani — e il godimento visivo, che ha folgorato anche Quentin Tarantino, nel vedere Franco Nero crivellare di colpi una sorta di KKK non ha prezzo.
LA FIAMMA DEL PECCATO DI BILLY WILDER (1944)
La regia è quella magnetica del grande maestro del cinema hollywoodiano; la sceneggiatura è di uno dei più grandi scrittori della storia statunitense, capace di (re)inventare un genere, di settare dei topoi narrativi e delle modalità di racconto che si imporranno nella letteratura e nel cinema noir. La fiamma del peccato (Double Indemnity) è il primo film sceneggiato da Raymond Chandler e l’impatto nella storia del cinema è furente. Anche il protagonista del noir non viene risparmiato dall’ossessione per il racconto e per le storie. Se l’assicuratore Walter Neff (Fred MacMurray) avesse resistito alla tentazione di raccontare il suo caso all’ispettore e collega Keyes (Edward G. Robinson) durante la notte, probabilmente la frontiera — sinonimo di libertà — l’avrebbe raggiunta e oltrepassata. Ma nessuno può resistere all’ossessione per il noir, nemmeno il protagonista dello stesso. E allora alla cornetta il nostro Walter Neff ha il bisogno di raccontare tutto, partendo dal suo incontro con la Phyllis di Barbara Stanwyck (omaggiata in questa edizione del Festival con una retrospettiva) che gli cambierà per sempre la vita, arrivando a come i due hanno pianificato l’omicidio — quasi perfetto — di Mr. Dietrichson, marito della donna, passando per le inchieste, i dubbi che lo stesso infallibile ispettore assicurativo Keyes non è riuscito a risolvere. Walter Neff è come noi spettatori: è così affascinato dal suo racconto da non poter far altro che narrarlo.
IL GENERALE DELLA ROVERE DI ROBERTO ROSSELLINI (1959)
Dopo il fallimentare progetto che ha visto protagonista il domenicano Félix Morlion, e in parte il critico cinematografico Gian Luigi Rondi, di instaurare il neorealismo-cattolico con Roberto Rossellini come autore simbolo e alla fine del periodo bergmaniano, il regista continua a realizzare parabole di fede. Il generale Della Rovere, da soggetto di Indro Montanelli e da sceneggiatura dello stesso Montanelli, Diego Fabbri e il fedele rosselliniano Sergio Amidei, è un film sulla redenzione umana e spirituale. Dalla meschinità delle truffe ai familiari dei prigionieri di guerra e del vizio del gioco, all’eroicità fino all’ultimo istante di vita. E non è un caso che Vittorio De Sica, il più grande regista del neorealismo (insieme allo stesso Rossellini), interpreta un uomo che finge di essere qualcun altro e che attraverso questa finzione — recitando un ruolo che non è il suo, e toccando in prima persona la prigionia, il dolore e la sofferenza — si redime. Il generale Della Rovere ragiona su ciò che è stato il neorealismo, sul ruolo che ha avuto il regista nel costruire il racconto del Paese, facendo breccia sulla critica dell’epoca che lo ha premiato con il Leone d’oro alla XX edizione del Festival del cinema di Venezia.
Di Saverio Lunare
20/06/2026