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ASPETTANDO IL CINEMA RITROVATO

SPECIALE

ASPETTANDO IL CINEMA RITROVATO

​Piazza Maggiore di Bologna si è trasformata nel cinema più bello del mondo. Come tutte le estati la suggestiva location bolognese si riempie di persone volenterose di assistere a proiezioni impagabili, in attesa che il Festival del Cinema Ritrovato inizi la redazione di Addiction Cinema vi porterà all’interno di questo incredibile e unico Festival, con articoli e speciali giornalieri. Per cominciare vi raccontiamo le due eccezionali proiezioni che abbiamo vissuto in Piazza Maggiore.

INTRIGO INTERNAZIONALE (ALFRED HITCHCOCK, 1959) IN 70MM

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​Uno dei tanti capolavori del maestro inglese. Intrigo Internazionale è una delle opere più ironiche di Hitchcock, che attraverso una sfilza di battute e una singolare, per quanto riguarda il regista maestro del brivido, verbosità rende Intrigo Internazionale il film più fruibile dell’intera filmografia hitchockiana. Il resto è puro Alfred Hitchock: tra il tema del doppio (Roger Thornhill e George Kaplan) e la tensione costruita sempre in favore dello spettatore e mai dei propri protagonisti (una delle legge hitchockiane per eccellenza). Poi ci sono gli U.S.A. ribaltati attraverso l’utilizzo dissacrante dei propri monumenti (l’iconico Monte Rushmore) e dei propri cittadini, catapultati in situazioni incontrollabili e apparentemente oniriche, esattamente come in La donna che visse due volte (1958).
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Personalmente, i momenti più iconici dell’intera filmografia di Hitchcock sono quelli in cui a parlare è la macchina da presa, in cui la creazione visiva del maestro e la sua incredibile capacità di costruire immagini sublimano le sue opere: la doccia in Psycho (1960), il pedinamento in La donna che visse due volte (1958), il voyerismo di James Stewart nello spiare camere dopo camere le azioni dei propri vicini in La finestra sul cortile (1954), la fuga di Cary Grant con Ingrid Bergman tra le braccia in Notorious (1946) e potremmo continuare all’infinito… In Intrigo Internazionale si ha la definitiva conferma che, quando a parlare sono le immagini e i corpi dei protagonisti (Cary Grant, Eva Marie Saint, James Mason), si ottiene la vera magia hitchcockiana, quella che ha reso il regista inglese il più grande di sempre.

AMADEUS (MILOŠ FORMAN, 1984) RESTAURATO IN 4K DA ACADEMY FILM ARCHIVE

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​Raccontare il genio attraverso chi non riesce ad esserlo. Amadeus di Miloš Forman non è soltanto un biopic sul più grande musicista di tutti i tempi: è un racconto spirituale, un film sulla perdita di fede e sul contatto mancato con Dio.

Impostato come un racconto a flashback attraverso le parole di Antonio Salieri (F. Murray Abraham) mentre si confessa con un prete, la pellicola di Forman non solo imposta degli standard su come si rappresenta la nobiltà europea di un tempo utilizzando il grottesco, l’ironia e l’esagerazione, ma crea anche una possibile interpretazione di cosa sia la genialità, il prodigio, il talento.

Formalmente perfetto e narrativamente innovativo, nonostante la durata e i temi trattati, l’opera del regista cecoslovacco riesce a catturare il grande pubblico, grazie alla sua travolgente messa in scena e ad un contrasto tipico della narrazione cinematografica: quello tra chi vorrebbe arrivare a Dio e quello che probabilmente lo impersonifica; che poi è il contrasto tra una vecchia Europa e una nuova, tra il passato e il futuro.
E non è un caso che il suo genio sia la causa del suo decesso, che Mozart nonostante sia il più grande, finisca in una fossa comune, come un soldato qualunque, mentre Salieri continui la sua vita ingabbiato prima metaforicamente e poi letteralmente, in un finale ambientato dove è ambientato un altro capolavoro del regista: Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975).

Amadeus è probabilmente il più grande biopic che sia mai stato fatto, perché nell’effettivo scardina le regole tipiche del genere e ne imposta di nuove.

Di Saverio Lunare

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