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BACKROOMS

RECENSIONE

BACKROOMS - UN INCUBO A BASSA RISOLUZIONE

​Tra le nuove leggende della mitologia digitale le backrooms occupano sicuramente uno dei posti di maggior rilevanza in questo panorama contemporaneo dove le paure, le ansie, le speranze e i ricordi delle nuove generazioni danno vita a nuovi mondi perturbanti.
 
“Se non stai attento e ti ritrovi fuori dalla realtà nelle zone sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove non c'è altro che la puzza di moquette vecchia e umida, la follia del giallo uniforme, il rumore di fondo infinito delle luci fluorescenti al massimo del loro ronzio, e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate a caso in cui rimanere intrappolato. Che Dio ti salvi se senti qualcosa che si aggira nelle vicinanze, perché di sicuro ti ha sentito.”
 
Tutto è nato così: una piccola descrizione, una foto di stanze vuote, illuminazione al neon da ufficio, pareti gialle e uno strano senso di inquietudine. L’utente anonimo che pubblicò il post su 4chan nel 2019 (forse) non poteva sapere ciò che sarebbe diventato il mito delle backrooms grazie alla collaborazione della community internettiana.

​È qui che entra in scena Kane Parsons, un giovane ragazzo americano molto abile nell’utilizzo di Blender (un software open source utilizzato per la modellazione 3D, l’animazione, il rendering) che nel 2022, all’età di 16 anni, pubblica sul suo canale Youtube un cortometraggio horror intitolato Backrooms che diventa in pochissimo tempo un fenomeno virale. Il resto è la classica storia che accomuna tutte le operazioni contemporanee riguardanti videogiochi, trend o creepypasta: una casa di produzione acquista i diritti per portare al cinema tale fenomeno nella speranza di trasportare per osmosi il successo avuto sul web al cinema e affida la regia e l’intero progetto a persone estranee al mondo di internet.

Nel caso di Backrooms, però, ci sono delle novità. I diritti vengono acquistati da A24, una casa di produzione che di certo non si può più definire indipendente, ma che a differenza delle major classiche cerca sempre (ultimamente con risultati discutibili) di interfacciarsi con le nuove generazioni.
La regia è stata coraggiosamente affidata a un ormai diciannovenne Kane Parsons, colui che meglio di tutti conosceva le modalità e le (non) regole per la creazione di questa leggenda metropolitana digitale, mentre alla produzione troviamo niente di meno che Oz Perkins e James Wan, due dei nomi più importanti per quanto riguarda l’horror contemporaneo.

California, 1990. Clark (Chiwetel Ejiofor), un architetto fallito con gravi problemi relazionali, è costretto a lavorare in un negozio di mobili non particolarmente fortunato. Nel poco tempo libero a disposizione cerca di capire meglio i suoi problemi comportamentali tramite l’aiuto di una psico-terapeuta (Renate Reinsve).
Clark, che è costretto a vivere all’interno del negozio a causa del divorzio con la moglie, scopre nel seminterrato del punto vendita un passaggio attraverso il muro, un glitch, che lo porterà in un luogo dove la fine sembra non esistere e la presenza umana non particolarmente benvenuta.
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I LUOGHI DELLA NOSTRA QUOTIDIANITÀ

​Spazi liminali. Quante volte li abbiamo incontrati nel nostro quotidiano scroll di contenuti su Instagram, TikTok, Youtube, ecc. Spazi della quotidianità capitalista occidentale svuotati dell’elemento umano, avvolti da un’atmosfera di tranquillità e inquietudine. L’autore americano John Koenig definisce questa sensazione con la parola kenopsia.

In Backrooms è impossibile non notare un lavoro a dir poco meticoloso sugli spazi, tanto che sembra quasi di essere costantemente intrappolati in una backroom. La fotografia di Jeremy Cox è incredibile nel riuscire a infonderci continuamente una sensazione che qualcosa sia fuori posto, sia all’interno degli spazi giallognoli, ma soprattutto quando siamo nel mondo “reale”. Quartieri in pieno stile dreamcore, parcheggi vuoti, insegne al neon intermittenti di negozi deserti. Luoghi tanto cari alle nuove generazioni, che definiscono uno stato d’animo nostalgico verso un’epoca forse mai realmente vissuta. Una nostalgia che, come affermava l’artista Svetlana Boym, “guarda sia al passato che al futuro”.
​
I problemi, però, iniziano a riscontrarsi nella seconda parte, quando Parsons decide di ambientare interamente la vicenda all’interno delle backrooms, finendo per trasformare un non-luogo ordinario-straordinario in qualcosa di ordinario, ormai fin troppo familiare allo spettatore. L’elemento ambientale perturbante paradossalmente perde la sua forza proprio quando il mostruoso viene mostrato, quando l’immagine non è più sgranata e in VHS, ma ad alta definizione.
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DAL FOUND FOOTAGE ALL'ANALOG HORROR

​Una delle tante cause che portò al successo il cortometraggio del 2022 di Kane Parsons è sicuramente la fascinazione da parte delle nuove generazioni per immagini sporche, poco definite che richiamano l’estetica del found footage.

Questo immaginario fatto di nastri VHS, interferenze, annunci televisivi inquietanti prende oggigiorno il nome di analog horror. La chiave interpretativa è nuovamente la nostalgia verso un futuro mai realizzato, unito all’elemento perturbante, anche detto uncanny. Uno degli esempi recenti più esemplificativi di questa nuova tendenza è Skinamarink di Kyle Edward Ball, dove la paura primordiale e bambinesca di non saper chi (o cosa) c’è nel buio è l’assoluto protagonista. Non esistono personaggi, trama o dialoghi, solo la consapevolezza di essere finiti in un incubo senza fine.
In Backrooms Parsons riesce fin da subito a catturare la nostra attenzione, dando continuità al progetto che lo ha reso famoso su Youtube. Il film, infatti, si apre con un’incredibile sequenza in found footage, che riesce a inquietarci senza mostrare quasi mai nulla. Il senso di terrore e inquietudine ci viene trasmesso attraverso la sensazione disturbante di sapere di non essere soli all’interno di un labirinto.

L’altra migliore sequenza di tutto il film avviene quando Clark decide di farsi aiutare dai suoi due dipendenti Kat e Bobby per capire meglio questo luogo infinito. Ancora una volta la mossa vincente è l’uso della macchina a mano, le immagini sgranate, un POV di una fuga verso la tanto sognata uscita che avrà come apice una delle scene più profondamente inquietanti e uncanny degli ultimi anni.

Anche in questo caso i maggiori problemi arrivano nella seconda parte, quando Parsons sembra non volersi più affidare alle immagini disturbanti che rendono i primi due atti un ottimo film horror contemporaneo. I personaggi cominciano a esporre tramite una serie di dialoghi cosa possono significare le backrooms, si cerca, quindi, di spiegare ciò che è inspiegabile. Il film si perde in discorsi accennati sul ricordo, sull’ IA e sulla sensazione di piacere che le backrooms possono regalare. Il lato visivo e il senso profondo delle backrooms legato alla sua estetica diventano un mero sfondo per un atto finale privo d’ispirazione.
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IL COSPIRAZIONISMO COME CHIAVE PER DECRIPTARE IL CONTEMPORANEO

​Negli ultimi anni sempre più autori si sono voluti interfacciare con il tema del cospirazionismo, da David Robert Mitchell con Under the Silver Lake a Yorgos Lanthimos con Bugonia. Il cospirazionismo sembra essere terreno fertile per indagare la deriva del mondo occidentale contemporaneo, dove le figure di potere sono sempre meno definite, invisibili e gli scenari futuri sempre più distopici.
I cospirazionisti in tutto questo scenario rappresentano delle figure che cercano di dare delle risposte fuori dall’ordinario a cose che sembrano più aliene che umane: le figure di potere.

Le backrooms nascono già alla base come una “teoria cospirazionista”, anche se in modo indiretto. L’idea che qualcosa ci sia stato nascosto per tutto questo tempo e che sia possibile accedervi solo tramite un glitch nel sistema, un malfunzionamento del mondo come siamo stati abituati a conoscerlo è facilmente associabile a una classica teoria del complotto.

Kane Parsons, fin dai suoi primi corti su Youtube, è stato abile nell’alimentare ulteriormente l’idea cospirazionista dietro le backrooms, grazie alla creazione di un’associazione governativa chiamata ASYNC. I corti di Parsons raccontano come questa agenzia sia colpevole di aver aperto all’inizio degli anni ‘80 un varco dimensionale che collega il nostro mondo alle backrooms. Da quel momento è stata incaricata di perlustrare il labirinto giallo in cerca di risposte.

In Backrooms l’ASYNC ci viene presentata fin dai primi minuti con il primo segmento in found footage e durante tutto il film ne avvertiamo la presenza sullo sfondo, anche se le domande sono ancora molte e le risposte ancora troppo poche.

È impossibile negare la natura spaventosamente interessante di un film come Backrooms, capace di inquietare come pochi altri horror negli ultimi anni. Parsons a soli 20 anni dimostra di essere un regista da tenere in grande considerazione, l’ennesimo autore horror nato su YouTube dopo i vari Philippou, Stuckman, Barker... il compito in questo caso era assai arduo:

• cercare di trasporre al cinema un fenomeno virale nel modo più fedele possibile,
• realizzare un film horror interessante nel panorama contemporaneo,
• trattare le tematiche più importanti riguardanti le backrooms e in generale l’internet culture (nostalgia, liminal spaces, analog horror…).

Impresa amplificata dalla giovane età del regista, che dimostra come l'horror abbia trovato nuova linfa grazie ai giovani registi provenienti dal mondo digitale.
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Di Andrea Rossini
29/05/2026

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