BÉLA TARR - SCAVARE IL TEMPO NEL CINEMA
Il 6 gennaio 2026 è venuto a mancare Béla Tarr.
Lo ha fatto quindici anni dopo essersi ritirato dalle scene (se così si possono chiamare le traiettorie artistiche del regista ungherese) cinematografiche con il suo testamento artistico, immerso nella nebbia, una patata dopo l’altra all’interno di pasti in cui bisogna sfruttare soltanto le risorse di quel pezzo di terra concesso, mentre un cavallo fustigato e represso dal suo vetturino rappresenta l’umanità percossa e umiliata. Quel cavallo che, secondo le narrazioni, è stato l’inizio della fine di Friedrich Nietzsche, che osservando l’animale maltrattato dal suo cocchiere ha — sempre secondo le narrazioni — pianto, implorato in ginocchio e perso, in sintesi, la fiducia nell’essere umano e dunque sul suo ruolo da filosofo.
È venuto a mancare dopo aver — citando lo studioso Marco Grosoli che su di lui ha scritto il saggio Armonie contro il giorno — scelto di mettere in scena la S per eccellenza, che non è soltanto l’iniziale della sua opera più importante e lunga — in collaborazione con László Krasznahorkai (da poco premio Nobel per la letteratura) — ma è anche la S di Storia. Perché lungo le 7 ore e 25 minuti di Satantango è presente il Novecento, il suo rapporto con il credo politico e religioso, con la morte, con l’arte, con il ruolo e l’origine delle dittature e dei regimi. Sempre decostruendo i nostri sensi, facendo fluire il tempo rendendolo eterno ritorno (Gianni Canova).
Lo ha fatto quindici anni dopo essersi ritirato dalle scene (se così si possono chiamare le traiettorie artistiche del regista ungherese) cinematografiche con il suo testamento artistico, immerso nella nebbia, una patata dopo l’altra all’interno di pasti in cui bisogna sfruttare soltanto le risorse di quel pezzo di terra concesso, mentre un cavallo fustigato e represso dal suo vetturino rappresenta l’umanità percossa e umiliata. Quel cavallo che, secondo le narrazioni, è stato l’inizio della fine di Friedrich Nietzsche, che osservando l’animale maltrattato dal suo cocchiere ha — sempre secondo le narrazioni — pianto, implorato in ginocchio e perso, in sintesi, la fiducia nell’essere umano e dunque sul suo ruolo da filosofo.
È venuto a mancare dopo aver — citando lo studioso Marco Grosoli che su di lui ha scritto il saggio Armonie contro il giorno — scelto di mettere in scena la S per eccellenza, che non è soltanto l’iniziale della sua opera più importante e lunga — in collaborazione con László Krasznahorkai (da poco premio Nobel per la letteratura) — ma è anche la S di Storia. Perché lungo le 7 ore e 25 minuti di Satantango è presente il Novecento, il suo rapporto con il credo politico e religioso, con la morte, con l’arte, con il ruolo e l’origine delle dittature e dei regimi. Sempre decostruendo i nostri sensi, facendo fluire il tempo rendendolo eterno ritorno (Gianni Canova).
Dopo averci raccontato la solitudine e la pioggia, che secondo il filosofo Jacques Rancière, è la stoffa con cui Perdizione è stato tessuto, l’ambiente da cui i personaggi emergono, è la causa materiale di tutto ciò che accade loro. È qui che entra nell’universo di Tarr, László Krasznahorkai ed è qui che il suo cinema cambia, svolta dopo i racconti familiari, chiusi all’interno delle mura domestiche (e sociali) delle origini. Ed è in Perdizione che il regista ungherese realizza per la prima volta quello che scandirà il suo cinema successivo: le immagini-tempo, le immagini la cui durata è un dato sensibile e manifesto (Jacques Rancière).
È scomparso dopo aver raccontato il vicolo cieco in cui l’Europa è andata a cacciarsi dopo il crollo del muro (Marco Grosoli), attraverso, secondo lo stesso Tarr, quella che è una fiaba romantica, quelle armonie che slittano dal suo consueto realismo per abbracciare l’avventura del personaggio, le sue visioni e il suo passivo rapporto nei confronti del vento, della pioggia e del fango, perché a colpire János, il protagonista de Le armonie di Werckmeister, sono solo le sue visioni (Jacques Rancière). È una fiaba, ma è una fiaba di Béla Tarr e dunque non può far altro che lavorare sul nostro inconscio, sui nostri sensi e sul nostro rapporto con le immagini.
È scomparso dopo aver raccontato il vicolo cieco in cui l’Europa è andata a cacciarsi dopo il crollo del muro (Marco Grosoli), attraverso, secondo lo stesso Tarr, quella che è una fiaba romantica, quelle armonie che slittano dal suo consueto realismo per abbracciare l’avventura del personaggio, le sue visioni e il suo passivo rapporto nei confronti del vento, della pioggia e del fango, perché a colpire János, il protagonista de Le armonie di Werckmeister, sono solo le sue visioni (Jacques Rancière). È una fiaba, ma è una fiaba di Béla Tarr e dunque non può far altro che lavorare sul nostro inconscio, sui nostri sensi e sul nostro rapporto con le immagini.
Il 6 gennaio 2026 è venuto a mancare un regista che è stato capace di creare un modo di fare cinema, uno di quei registi che non possono avere “eredi” artistici, che non possono essere replicati attraverso imitazioni o approcci cinematografici simili.
Lo ha fatto dopo aver scolpito le immagini nel tempo, dopo aver scavato all’interno del rapporto temporale che c’è tra lo spettatore e l’opera, dando la sensazione che i suoi film non finiscano con i titoli di coda, ma proseguano (e proseguiranno) per sempre dentro di noi.
Lo ha fatto dopo aver scolpito le immagini nel tempo, dopo aver scavato all’interno del rapporto temporale che c’è tra lo spettatore e l’opera, dando la sensazione che i suoi film non finiscano con i titoli di coda, ma proseguano (e proseguiranno) per sempre dentro di noi.
Di Saverio Lunare
09/01/2026