BIRD - IL FREE CINEMA SI È EVOLUTO IN ANDREA ARNOLD
È la perfetta working class heroine della contemporaneità. Anche se Bailey (Nykiya Adams) la protagonista di Bird, non è ancora una lavoratrice, incarna perfettamente lo spirito di quella figura ideata da John Osborne nella sua opera teatrale Look Back in Anger, punto di riferimento per la scuola di cineasti inglesi che hanno dato vita al Free Cinema. Quel movimento cinematografico che ha messo al centro i working class hero: la loro condizione sociale, il loro scontro nei confronti della generazione dei propri padri e il loro essere delocalizzati dal centro urbano, con Londra come meta irraggiungibile di sogni e ambizioni incompiuti.
Sembra come se il cinema di Karel Reisz, Tony Richardson e Lindsay Anderson si fosse evoluto in Andrea Arnold, e che lei, con estrema personalità, abbia deciso di ibridarlo con il fantastico simbolico, laddove alla scuola originale del Free Cinema il fantastico non è mai interessato.
Bailey è nell’età pre-adolescenziale e cerca costantemente uno scontro con Bug (Barry Koeghan), un giovane padre single che si diletta nello spaccio e nella piccola criminalità. Quando la ragazzina incontrerà Bird (Franz Rogowski), il suo corpo e la sua mente inizieranno a modificarsi.
All’occorrenza moglie, madre, marito, padre, addirittura una piccola gangster mandante di una retata, ma mai ciò che è realmente: una giovane alle prese con i propri cambiamenti puberali. Perché in quelle condizioni sociali, in cui le istituzioni ti abbandonano, non hai il tempo per poter crescere. Devi immediatamente confrontarti con l’essere padrona di te stessa. E quanto è brava Arnold a mostrarci Bailey in rapporto prima con suo fratellastro Hunter (Jason Buda), soltanto due anni più grande di lei ma già proiettato nella vita adulta, tra baby gang e un avvenimento che cambierà per sempre il suo modo di vedere le cose, e successivamente mostrarcela in rapporto con le sue sorellastre minori, lì Bailey sembra una madre premurosa e protettiva, che porta le bambine in spiaggia e deve sostituirsi a sua madre, succube del suo nuovo fidanzato violento e impossibilitata a reagire.
Sembra come se il cinema di Karel Reisz, Tony Richardson e Lindsay Anderson si fosse evoluto in Andrea Arnold, e che lei, con estrema personalità, abbia deciso di ibridarlo con il fantastico simbolico, laddove alla scuola originale del Free Cinema il fantastico non è mai interessato.
Bailey è nell’età pre-adolescenziale e cerca costantemente uno scontro con Bug (Barry Koeghan), un giovane padre single che si diletta nello spaccio e nella piccola criminalità. Quando la ragazzina incontrerà Bird (Franz Rogowski), il suo corpo e la sua mente inizieranno a modificarsi.
All’occorrenza moglie, madre, marito, padre, addirittura una piccola gangster mandante di una retata, ma mai ciò che è realmente: una giovane alle prese con i propri cambiamenti puberali. Perché in quelle condizioni sociali, in cui le istituzioni ti abbandonano, non hai il tempo per poter crescere. Devi immediatamente confrontarti con l’essere padrona di te stessa. E quanto è brava Arnold a mostrarci Bailey in rapporto prima con suo fratellastro Hunter (Jason Buda), soltanto due anni più grande di lei ma già proiettato nella vita adulta, tra baby gang e un avvenimento che cambierà per sempre il suo modo di vedere le cose, e successivamente mostrarcela in rapporto con le sue sorellastre minori, lì Bailey sembra una madre premurosa e protettiva, che porta le bambine in spiaggia e deve sostituirsi a sua madre, succube del suo nuovo fidanzato violento e impossibilitata a reagire.
In questo percorso viene accompagnata da Bird. Una figura presentata immediatamente come alienante, per il suo modo di vestirsi e per il suo comportamento inizialmente associabile ad uno predatorio nei confronti della giovane (non a caso la prima cosa che fa Bailey, è tirare fuori il cellulare per filmarlo), ma che piano piano si rivelerà la nemesi della crescita della ragazza. Laddove lei non sta vivendo una gioventù, dunque si atteggia e comporta da adulta, lui è rimasto all’infantilità e al voler scoprire legami che gli sono stati sottratti. Non a caso nel magnifico finale del film quella componente fantastica, che è puro tocco originale all’interno dell’iperrealismo della scuola inglese (di cui registi come Ken Loach e Mike Leigh sono figli), sarà confusa tra i due corpi, in un passaggio di testimone che non è soltanto metafora di una crescita corporale e mentale, ma anche sinonimo di un’acquisizione di libertà, inedita nella vita periferica di Bailey.
Ad impreziosire il film ci pensa lo straordinario Barry Koeghan, in un ruolo eccezionalmente in bilico tra il sentimento di tempesta provato in una paternità così precoce (e probabilmente inadatta), e quella dolcezza intrinseca e nascosta nel rapportarsi con i propri figli. L’attore irlandese riesce ad essere perfettamente credibile nel ruolo, riempiendolo di atteggiamenti contemporanei senza mai scivolare nel macchiettistico (la serenata con Yellow dei Coldplay cantata ad un rospo allucinogeno da un gruppo di spaccini, è già uno dei momenti cinematografici migliori dell’anno). Un’accoppiata attoriale sublime si va a creare tra il Bug di Koeghan e il Bird di Franz Rogowski. Mai nella stessa sequenza insieme, e mai che condividono un confronto, ma nel loro essere così opposti per fisicità, movenze e atteggiamenti - non a caso uno è chiamato come qualcosa che resta sulla superficie, mentre l’altro come un’essere che è costantemente in cielo, ma anche un insetto può trasformarsi in un uccello… - riescono ad essere i perfetti elementi compositivi nell vita di Bailey, quasi complementari per la crescita della ragazza.
Bird di Andrea Arnold è la dimostrazione di come si possa fare cinema personale riprendendo una scuola formativa per gran parte della produzione cinematografica inglese; modernizzandola, ibridandola con qualcosa che non gli è mai appartenuto (anche se i grandi sperimentatori della visionarietà fantastica di certo non mancano, da Greenaway a Powell e Pressburger) per raccontare la contemporaneità della provincia inglese con grande stile e delicatezza.
Di Saverio Lunare
Ad impreziosire il film ci pensa lo straordinario Barry Koeghan, in un ruolo eccezionalmente in bilico tra il sentimento di tempesta provato in una paternità così precoce (e probabilmente inadatta), e quella dolcezza intrinseca e nascosta nel rapportarsi con i propri figli. L’attore irlandese riesce ad essere perfettamente credibile nel ruolo, riempiendolo di atteggiamenti contemporanei senza mai scivolare nel macchiettistico (la serenata con Yellow dei Coldplay cantata ad un rospo allucinogeno da un gruppo di spaccini, è già uno dei momenti cinematografici migliori dell’anno). Un’accoppiata attoriale sublime si va a creare tra il Bug di Koeghan e il Bird di Franz Rogowski. Mai nella stessa sequenza insieme, e mai che condividono un confronto, ma nel loro essere così opposti per fisicità, movenze e atteggiamenti - non a caso uno è chiamato come qualcosa che resta sulla superficie, mentre l’altro come un’essere che è costantemente in cielo, ma anche un insetto può trasformarsi in un uccello… - riescono ad essere i perfetti elementi compositivi nell vita di Bailey, quasi complementari per la crescita della ragazza.
Bird di Andrea Arnold è la dimostrazione di come si possa fare cinema personale riprendendo una scuola formativa per gran parte della produzione cinematografica inglese; modernizzandola, ibridandola con qualcosa che non gli è mai appartenuto (anche se i grandi sperimentatori della visionarietà fantastica di certo non mancano, da Greenaway a Powell e Pressburger) per raccontare la contemporaneità della provincia inglese con grande stile e delicatezza.
Di Saverio Lunare