BLACK BAG - LA PSICOANALISI PROTAGONISTA NELLO SPY MOVIE DI STEVEN SODERBERGH
Black Bag è il termine utilizzato dalle spie inglesi quando non si può rivelare un’informazione ma al contempo mentire sarebbe innaturale, a causa di un rapporto privato di estrema fiducia (quello matrimoniale ad esempio) o in una conversazione borderline in cui le micro espressioni possono tradire una menzogna. Il nuovo film del regista eclettico per eccellenza Steven Soderbergh, è uno spy movie in cui la psicanalisi è la reale protagonista; dove le azioni, che siano risolutive o conflittuali, sono sempre dettate da un rapporto psicanalitico. Da Freud a Jung, passando per Edipo e il complesso di Elettra, in Black Bag l’azione è ridotta all’osso per privilegiare i rapporti mentali tra i protagonisti, dettati sempre da condizioni teorizzate dai più importanti psicoanalisti della storia, in un ribaltamento parziale di alcuni stilemi del genere che sono perfettamente coerenti nel percorso cinematografico da outsider di Steven Soderbergh.
George Woodhouse (Michael Fassbender) è un infallibile agente segreto inglese sposato con la sua collega Kathrin (Cate Blachett), anch’essa tra le più rispettate figure all’interno dell’intelligence nazionale. Quando la donna viene sospettata di essere una spia e di tradire l’Inghilterra, toccherà a suo marito George indagare e scoprire la verità sul caso di spionaggio internazionale.
La sceneggiatura di David Koepp mette in relazione i rapporti corali all’interno del nucleo degli agenti segreti inglesi, associandoli ad uno più intimo fatto di coinvolgimenti (senti)mentali, in cui la fedeltà per il proprio Stato si associa a quella del rapporto matrimoniale e quando la tensione all’interno della rapporto di coppia aumenta, a crescere è anche quella nei confronti delle relazioni con la propria intelligence. La psicanalisi entra da subito nel film attraverso la prima lunga e fondamentale sequenza della pellicola, in cui una cena organizzata da George si rivelerà come un modo per studiare le tensioni mentali di alcuni dei sospettati di essere la talpa, e per farlo punterà a toccare i tasti giusti e le debolezze psicologiche dei presenti, tra sentimenti sessuali freudiani e complessi edipici.
George Woodhouse (Michael Fassbender) è un infallibile agente segreto inglese sposato con la sua collega Kathrin (Cate Blachett), anch’essa tra le più rispettate figure all’interno dell’intelligence nazionale. Quando la donna viene sospettata di essere una spia e di tradire l’Inghilterra, toccherà a suo marito George indagare e scoprire la verità sul caso di spionaggio internazionale.
La sceneggiatura di David Koepp mette in relazione i rapporti corali all’interno del nucleo degli agenti segreti inglesi, associandoli ad uno più intimo fatto di coinvolgimenti (senti)mentali, in cui la fedeltà per il proprio Stato si associa a quella del rapporto matrimoniale e quando la tensione all’interno della rapporto di coppia aumenta, a crescere è anche quella nei confronti delle relazioni con la propria intelligence. La psicanalisi entra da subito nel film attraverso la prima lunga e fondamentale sequenza della pellicola, in cui una cena organizzata da George si rivelerà come un modo per studiare le tensioni mentali di alcuni dei sospettati di essere la talpa, e per farlo punterà a toccare i tasti giusti e le debolezze psicologiche dei presenti, tra sentimenti sessuali freudiani e complessi edipici.
E non sembra un caso che una delle mete fondamentali, in cui una gran parte del caso verrà rivelata, è Zurigo, proprio la città madre della psicanalisi europea. È nella città svizzera che il rapporto tra Kathrin e George toccherà un apice tensivo e che metterà a repentaglio la fiducia reciproca, esattamente nel paese in cui Jung ha fondato i suoi studi sulla psicologia analitica.
Black Bag, inoltre, inserisce l’estrema attualità all’interno della sua narrazione. Gli equilibri messi a repentaglio dal caso di spionaggio sono quelli del conflitto russo-ucraino, in cui l’utilizzo di un software potrebbe machiavellicamente porre fine al conflitto ma deflagrando un’intera città, un campo scivoloso ma ben gestito da Soderbergh e Koepp che, come facevano gli spy di una volta, legano il genere ad un rapporto internazionale di forte contemporaneità.
Certo, il film del regista statunitense non è privo di difetti, questa mancanza quasi totale di azione e una grandissima dose di dialoghi può spingere lo spettatore al disorientamento all’interno delle dinamiche narrative, con il continuo ribaltamento delle forze di potere in causa che risulta non ben delineato, soprattutto in un finale in cui la risoluzione avviene sì, con un colpo di pistola, ma sempre preceduto da un dialogo (guarda caso di natura psicoanalitica). Nonostante i difetti, Black Bag è l’ennesima dimostrazione dell’eclettismo autoriale di uno dei registi più imprendibili e poco inquadrabili del panorama cinematografico mondiale. Esattamente come gli agenti segreti della sua ultima opera, anche Steven Soderbergh sembra camuffarsi costantemente, mentire, nascondersi in diversi ambienti artistici non risultando mai fuori posto. Che sia la consacrazione autoriale ricevuta con la Palma d’oro quando era un wonder kid, le sperimentazioni formali e tecnologiche o i grandi film di sistema, Soderbergh come una spia, sembra muoversi sempre con agilità e nonchalance in ogni dimensione che riguarda l’ambiente cinematografico.
Di Saverio Lunare
Black Bag, inoltre, inserisce l’estrema attualità all’interno della sua narrazione. Gli equilibri messi a repentaglio dal caso di spionaggio sono quelli del conflitto russo-ucraino, in cui l’utilizzo di un software potrebbe machiavellicamente porre fine al conflitto ma deflagrando un’intera città, un campo scivoloso ma ben gestito da Soderbergh e Koepp che, come facevano gli spy di una volta, legano il genere ad un rapporto internazionale di forte contemporaneità.
Certo, il film del regista statunitense non è privo di difetti, questa mancanza quasi totale di azione e una grandissima dose di dialoghi può spingere lo spettatore al disorientamento all’interno delle dinamiche narrative, con il continuo ribaltamento delle forze di potere in causa che risulta non ben delineato, soprattutto in un finale in cui la risoluzione avviene sì, con un colpo di pistola, ma sempre preceduto da un dialogo (guarda caso di natura psicoanalitica). Nonostante i difetti, Black Bag è l’ennesima dimostrazione dell’eclettismo autoriale di uno dei registi più imprendibili e poco inquadrabili del panorama cinematografico mondiale. Esattamente come gli agenti segreti della sua ultima opera, anche Steven Soderbergh sembra camuffarsi costantemente, mentire, nascondersi in diversi ambienti artistici non risultando mai fuori posto. Che sia la consacrazione autoriale ricevuta con la Palma d’oro quando era un wonder kid, le sperimentazioni formali e tecnologiche o i grandi film di sistema, Soderbergh come una spia, sembra muoversi sempre con agilità e nonchalance in ogni dimensione che riguarda l’ambiente cinematografico.
Di Saverio Lunare