BILLIE EILISH - HIT ME HARD AND SOFT: THE TOUR - ARCHITETTI DELLA VISIONE
Come un ufo inaspettato dalla filmografia di James Cameron, Hit Me Hard and Soft illumina improvvisamente gli schermi dei cinema, proiettando la firma del regista per la prima volta al di fuori della saga di Avatar in un film-concerto diretto con Billie Eilish, icona musicale della Gen-Z a cui il regista presta la lungimiranza del suo sguardo vorace di nuove occasioni per sperimentare le possibilità tecnologiche del 3D.
La nostra curiosità non è tanto nell'affinità che lega la loro risaputa sensibilità all'urgenza della crisi climatica, bensì la fiducia artistica di un visionario che sintonizza la sua visione con quella di una popstar del calibro di Billie Eilish, artista fedele ad un pubblico al quale lo stesso Cameron continua (e continuerà) a rivolgersi con la sua epopea familiare di Avatar, una serie che ha dimostrato di guadagnarsi l'attenzione anche delle generazioni più giovani, forse per la sua forza con cui intercetta quelle urgenze universali del presente che impegnano l'attivismo di Billie Eilish.
Quindi, di cosa parliamo quando parliamo di film-concerti? Dopo l'elettrizzante visione in sala, il film ci permette di mettere a fuoco questo genere di film nell'immaginario contemporaneo. Da un lato ci sono le esigenze per il/la musicista: quella di preservare la testimonianza di un happening, di prolungare la relazione con il proprio pubblico, di estenderla a chi (per motivi anagrafici, economici o geografici) è impossibilitato a partecipare a questo tipo di concerti che, soprattutto oggi, smobilitano capitali ingenti e attese frustranti per il fatali presales online. Per il/la filmmaker è una grande sfida tecnica, sia per la possibilità di misurarsi con le nuove tecniche di ripresa che nascono appositamente per la registrazione di eventi plateali di questo genere, ma anche per l'occasione di fondere la propria visione artistica nella percezione di un evento irripetibile.
La nostra curiosità non è tanto nell'affinità che lega la loro risaputa sensibilità all'urgenza della crisi climatica, bensì la fiducia artistica di un visionario che sintonizza la sua visione con quella di una popstar del calibro di Billie Eilish, artista fedele ad un pubblico al quale lo stesso Cameron continua (e continuerà) a rivolgersi con la sua epopea familiare di Avatar, una serie che ha dimostrato di guadagnarsi l'attenzione anche delle generazioni più giovani, forse per la sua forza con cui intercetta quelle urgenze universali del presente che impegnano l'attivismo di Billie Eilish.
Quindi, di cosa parliamo quando parliamo di film-concerti? Dopo l'elettrizzante visione in sala, il film ci permette di mettere a fuoco questo genere di film nell'immaginario contemporaneo. Da un lato ci sono le esigenze per il/la musicista: quella di preservare la testimonianza di un happening, di prolungare la relazione con il proprio pubblico, di estenderla a chi (per motivi anagrafici, economici o geografici) è impossibilitato a partecipare a questo tipo di concerti che, soprattutto oggi, smobilitano capitali ingenti e attese frustranti per il fatali presales online. Per il/la filmmaker è una grande sfida tecnica, sia per la possibilità di misurarsi con le nuove tecniche di ripresa che nascono appositamente per la registrazione di eventi plateali di questo genere, ma anche per l'occasione di fondere la propria visione artistica nella percezione di un evento irripetibile.
Questa formula dell'evento si riversa anche nella sempre più inflazionata offerta di classici restaurati al cinema, come hanno fatto recentemente Buena Vista Social Club di Wim Wenders, Stop Making Sense di Jonathan Demme fino ai primi decenni di formazione del genere, Pink Floyd Live at Pompei di Adrian Maben e Ziggy Stardust and the Spiders from Mars del pioniere D. A. Pennebaker. Anche Martin Scorsese ha plasmato parte della sua filmografia nel genere fin dai tempi della factory di Roger Corman (la stessa in cui è nato anche James Cameron), prima come assistente alla regia e montatore della pietra miliare del genere che è tutt'oggi Woodstock Tre giorni di pace e amore di Michael Wadleigh, poi come regista con il capolavoro The Last Waltz e nel nuovo secolo con Shane a Light. In uno dei suoi celebri scritti sul cinema nordamericano, Franco La Polla dedicò un capitolo (non troppo elogiativo) alla nascita del film-concerto, come protagonista di quella dissoluzione dei generi che cambiò gli anni 60, un medium di "quella spettacolarizzazione dell'evento che sarà la cifra di tutta l'industria della rappresentazione della "realtà" a venire".
Tutto quello che è venuto dopo permane come memoria simulata di un archivio di testimonianze, tanto che l'anno scorso anche Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna ha dedicato una retrospettiva al genere, recuperando pellicole superstiti di concerti altrimenti dimenticati. Questa parentesi sul genere è necessaria per collocare in questa convergenza le figure di Cameron e Eilish nei termini di un approdo inevitabile per il regista che più di tutti ha fatto dell'innovazione tecnica il fondamento estetico e narrativo nell'affinamento di un'esperienza cinematografica in sala.
Nell'intraprendenza di Billie Eilis con il tour di Hit Me Hard and Soft, Cameron trova una nuova valvola di sfogo per rilanciare le potenzialità della visione stereoscopica. Il risultato è un'altra esperienza in sala che trascende tutta l'irripetibile temperatura emotiva di un concerto.
Pianificando l'orchestra visiva di ben 17 punti macchina disposti intorno al palco centrale che espone la cantante al centro di 4 platee per lato, le immagini tridimensionali di Cameron abitano la profondità scenica della libertà di movimento di Eilish, dalla sua apparizione dentro un luminoso cubo di ledwall, monolitico nel buio di una quiete rituale, fino allo svelamento di un backstage sotterraneo distillato direttamente da una scenografia fantascientifica dell'immaginario del regista, mentre una videocamera nelle mani di Billie Eilish amplifica ulteriormente la percezione di un concerto che non conosce prospettive di confine, grazie alle possibilità dell'intelligenza artificiale di affinare l'effetto stupefacente restituito dalla tridimensionalità. Uno memoria spaziale realmente vissuta che Cameron e Eilish ricompongono nel montaggio di un mosaico performativo senza precedenti, mentre l'off-stage è trattenuto dentro pillole di una informale chiacchierata tra il filmmaker e la musicista nelle ore che precedono il concerto.
Tutto quello che è venuto dopo permane come memoria simulata di un archivio di testimonianze, tanto che l'anno scorso anche Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna ha dedicato una retrospettiva al genere, recuperando pellicole superstiti di concerti altrimenti dimenticati. Questa parentesi sul genere è necessaria per collocare in questa convergenza le figure di Cameron e Eilish nei termini di un approdo inevitabile per il regista che più di tutti ha fatto dell'innovazione tecnica il fondamento estetico e narrativo nell'affinamento di un'esperienza cinematografica in sala.
Nell'intraprendenza di Billie Eilis con il tour di Hit Me Hard and Soft, Cameron trova una nuova valvola di sfogo per rilanciare le potenzialità della visione stereoscopica. Il risultato è un'altra esperienza in sala che trascende tutta l'irripetibile temperatura emotiva di un concerto.
Pianificando l'orchestra visiva di ben 17 punti macchina disposti intorno al palco centrale che espone la cantante al centro di 4 platee per lato, le immagini tridimensionali di Cameron abitano la profondità scenica della libertà di movimento di Eilish, dalla sua apparizione dentro un luminoso cubo di ledwall, monolitico nel buio di una quiete rituale, fino allo svelamento di un backstage sotterraneo distillato direttamente da una scenografia fantascientifica dell'immaginario del regista, mentre una videocamera nelle mani di Billie Eilish amplifica ulteriormente la percezione di un concerto che non conosce prospettive di confine, grazie alle possibilità dell'intelligenza artificiale di affinare l'effetto stupefacente restituito dalla tridimensionalità. Uno memoria spaziale realmente vissuta che Cameron e Eilish ricompongono nel montaggio di un mosaico performativo senza precedenti, mentre l'off-stage è trattenuto dentro pillole di una informale chiacchierata tra il filmmaker e la musicista nelle ore che precedono il concerto.
Per Cameron sono piccoli momenti rivelatori sufficienti per esaurire il suo piccolo ritratto d'artista, come una sessione con il vocal coach, la fasciatura dopo una slogatura, o un messaggio che potrebbe aprire un'intera parentesi sul fratello Finneas.
C'è qualcosa di commovente nella curiosità con cui James Cameron irrompe nella stanza di Billie Eilish con la sua ingombrante videocamera a spalla, c’è il rispetto di un artista ormai anziano verso la dedizione professionale di una ragazza prima ancora dell’idolo in cui si trasforma sul palco grazie alla sua fama costruita negli stessi anni in cui il regista si è dedicato alla lavorazione degli ultimi due capitoli di Avatar; c’è un’idea condivisa di spettacolo che annulla la loro distanza generazionale, grazie alla quale Cameron trova in Billie Eilish una complice in quanto "architetta delle propria visione" verso un senso di collaborazione e rispetto per il lavoro di altre persone, condizione sine qua non per favorire le condizioni materiali dell'incontro decisivo tra l'artista e il suo pubblico, e il legame che tra questi due rimbomba per tutto il film attraverso i numerosi primi piani delle folle di giovani commosse in un rituale collettivo.
È una connessione profondamente intima e spirituale che attrae la vertigine spettacolare della regia di Cameron, mentre tutta la distanza tra palco e platea, tra l’artista e il suo pubblico, si annulla dentro la magia di una mutua adorazione.
È sempre una questione di sguardo, di ritrovarsi negli occhi altrui, come in quelli oceanici di Billie Eilish immortalati nello spazio plateale di un concerto del genere, nell'adrenalina che attraversa le superfici visibili e nascoste del palco, con cui Cameron si lascia incuriosire da un fenomeno sociale che rievoca, forse involontariamente, il mantra spirituale di Pandora e di tutto il suo cinema, come quando Billie Eilish pubblica una storia su Instagram scrivendo proprio "I see u" per rivolgersi alle sue fan che dormono sotto la sua finestra in attesa del momento fatale in cui forse riusciranno a raggiungere quel contatto fisico che culmina in un'ultima simbiosi corporea e spirituale.
Cameron e Eilish rilanciano questi brevi istanti irripetibili in cui musica e cinema si fondono nella virtualità psichedelica di un film-concerto inarrestabile, un'estasi da cui lasciarsi continuamente sedurre come un'orgia pirotecnica che contagia anche lo spettatore meno avvezzo alla discografia di Billie Eilish. Una nuova protagonista dell'universo femminile di Cameron, la voce di una generazione che, in questa "piccola" parentesi musicale esterna all'universo di Avatar, dimostra l'inesauribile desiderio di un regista ormai in tarda età che non ha mai smesso di misurarsi col presente e le sue icone.
C'è qualcosa di commovente nella curiosità con cui James Cameron irrompe nella stanza di Billie Eilish con la sua ingombrante videocamera a spalla, c’è il rispetto di un artista ormai anziano verso la dedizione professionale di una ragazza prima ancora dell’idolo in cui si trasforma sul palco grazie alla sua fama costruita negli stessi anni in cui il regista si è dedicato alla lavorazione degli ultimi due capitoli di Avatar; c’è un’idea condivisa di spettacolo che annulla la loro distanza generazionale, grazie alla quale Cameron trova in Billie Eilish una complice in quanto "architetta delle propria visione" verso un senso di collaborazione e rispetto per il lavoro di altre persone, condizione sine qua non per favorire le condizioni materiali dell'incontro decisivo tra l'artista e il suo pubblico, e il legame che tra questi due rimbomba per tutto il film attraverso i numerosi primi piani delle folle di giovani commosse in un rituale collettivo.
È una connessione profondamente intima e spirituale che attrae la vertigine spettacolare della regia di Cameron, mentre tutta la distanza tra palco e platea, tra l’artista e il suo pubblico, si annulla dentro la magia di una mutua adorazione.
È sempre una questione di sguardo, di ritrovarsi negli occhi altrui, come in quelli oceanici di Billie Eilish immortalati nello spazio plateale di un concerto del genere, nell'adrenalina che attraversa le superfici visibili e nascoste del palco, con cui Cameron si lascia incuriosire da un fenomeno sociale che rievoca, forse involontariamente, il mantra spirituale di Pandora e di tutto il suo cinema, come quando Billie Eilish pubblica una storia su Instagram scrivendo proprio "I see u" per rivolgersi alle sue fan che dormono sotto la sua finestra in attesa del momento fatale in cui forse riusciranno a raggiungere quel contatto fisico che culmina in un'ultima simbiosi corporea e spirituale.
Cameron e Eilish rilanciano questi brevi istanti irripetibili in cui musica e cinema si fondono nella virtualità psichedelica di un film-concerto inarrestabile, un'estasi da cui lasciarsi continuamente sedurre come un'orgia pirotecnica che contagia anche lo spettatore meno avvezzo alla discografia di Billie Eilish. Una nuova protagonista dell'universo femminile di Cameron, la voce di una generazione che, in questa "piccola" parentesi musicale esterna all'universo di Avatar, dimostra l'inesauribile desiderio di un regista ormai in tarda età che non ha mai smesso di misurarsi col presente e le sue icone.
Di Emilio Occhialini
12/05/2026