Addiction Cinema
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
Search by typing & pressing enter

YOUR CART

BRING HER BACK

RECENSIONE

BRING HER BACK - IL CERCHIO DI CHI NON SA DIRE ADDIO

Tre anni dopo l’esordio con Talk to Me, i fratelli Phillipou tornano in sala e lo fanno con un nuovo horror in cui, ancora una volta, per raccontare le differenze generazionali si servono di un rituale. Ma questa volta i ruoli sono invertiti e il rito viene svolto da quella generazione che non sa dire addio, che non ha imparato a lasciar andare e che si sente in diritto di poter possedere servendosi di ciò che non gli appartiene: la generazione dei padri, o come nel caso di Bring Her Back, madri.

Quando Andy (Billy Barratt) e Piper (Sora Wong) — rispettivamente fratello e sorella — perdono il loro padre, vengono affidati a Laura (Sally Hawkins) che di recente ha subito il lutto di sua figlia a causa di un annegamento, un altro bambino vive con lei: Olivier (Jonah Wren Phillips) muto e solitario. Presto Andy e Piper scopriranno la verità su Laura e Olivier, e sul perché la donna ha voluto fortemente l’affido dei due giovani.

Il rito — che tante possibilità editoriali fornisce ai due registi — è il centro di Bring Her Back. La pellicola inizia con il rituale (interrotto dal montaggio) svolto da un uomo e da una ragazza con una voglia sotto l’occhio. Ed è attraverso il tramandarsi visuale di questo rito che si viene a creare un credo, una serie di adepti che pur di non accettare la perdita si rivolgono al male e sono pronti a usufruire di corpi innocenti per raggiungere il proprio obiettivo. Anche se il film si apre con una didascalia che rivela che questo non è un culto, le potenzialità per crearlo — e dunque per creare universi e potenziali saghe, come i due registi faranno con Talk to Me — ci sono tutte, e sarebbe un peccato se questo non avvenisse.
Foto
Tra cerchi che limitano la zona d’azione e ripetizione di modalità di decesso, il rituale — come ogni rito che si rispetti — è colmo di meccanismi e regole da seguire. Nella sceneggiatura firmata da Danny Phillipou e Bill Hinzman questi meccanismi vengono esplicitati passo dopo passo, costruendo la narrazione del film sull’obiettivo finale da raggiungere.

I fratelli girano un film sensoriale, in cui tutto dev’essere percepito attraverso il corpo. E non a caso Piper è ipovedente, soluzione che non soltanto risolve inghippi narrativi, ma che coincide perfettamente con la forza della messa in scena dei Phillipou. La ragazza deve percepire le cose attraverso il tatto, deve toccare pe poter vedere, così come lo spettatore deve provare sensazioni — che siano di disgusto o malinconia — per poter connettersi a Bring Her Back.
​

Il film dei registi australiani sembra essere una fusione di più pellicole del grande regista francese Pascal Laugier: dal voler sfidare un presunto Dio, andando oltre le leggi della vita e della morte di Martyrs, al sentirsi in diritto di poter possedere qualcuno che possa sostituire ciò che si ha perso de I bambini di Cold Rock, fino al rapporto fraterno in contrasto con il male della Case delle bambole. E nonostante il grande colpo lo devono ancora dare — anche qui come in Talk to Me ci sono delle forzature e delle mancanze, una su tutte il rapporto con il defunto padre, mai realmente messo a fuoco — i fratelli Phillipou, mattoncino dopo mattoncino, stanno costruendo una propria posizione di rilievo all’interno dell’horror contemporaneo.
Clicca qui per sostenere Addiction Cinema
Di Saverio Lunare
31/07/2025

Email

[email protected]