BROKEN ENGLISH - MARIANNE FAITHFULL TRA MÉMOIRE E MEDIA - SPECIALE BIOGRAFILM 2026
Nel documentario di Jane Pollard e Iain Forsyth — che ha aperto il Biografilm Festival 2026 — “il caso Faithfull” diventa soprattutto un caso mediatico. Il ribaltamento dei salottini televisivi degli anni ‘60 e ‘70 avviene attraverso il moderno e contemporaneo salottino che i due registi rappresentano: una tavola rotonda composta soltanto da donne, che raccontano e interpretano momenti delicati della vita dell’artista britannica. Una riabilitazione — in certi punti estremamente ridondante — di una persona che non ha alcun bisogno di essere riabilitata, e che risalta aspetti estremamente consolidati all’interno dell’opinione contemporanea. Uno su tutti, la misoginia dell’epoca che ha sempre calibrato su due pesi e due misure le artiste donne rispetto agli uomini.
Per fortuna in Broken English c’è anche altro, al di là di un’artificiosa costruzione docu-fiction all’interno di un ministero della “nondimenticanza” che deve ripercorrere la carriera e la vita di Marianne Faithfull, con protagonisti Tilda Swinton e George MacKay che interagisce in prima persona con l’artista.
C’è anzitutto Marianne Faithfull: sono presenti i suoi ricordi, eccezionali quelli su Allen Ginsberg, sull’appartenenza alla Beat e sul sentimento provato da quella generazione. Ci sono le sue canzoni, interpretate da artiste e cantanti, e soprattutto è presente un reperto storico fondamentale che i due registi hanno — per sfortuna — catturato: l’ultima esibizione di Marianne Faithfull, accompagnata da Nick Cave — protagonista di uno dei documentari più importanti della coppia di registi 20.000 Days On Earth (2014) — e da Warren Ellis, che interpretano il brano Misunderstanding del 2018.
Per fortuna in Broken English c’è anche altro, al di là di un’artificiosa costruzione docu-fiction all’interno di un ministero della “nondimenticanza” che deve ripercorrere la carriera e la vita di Marianne Faithfull, con protagonisti Tilda Swinton e George MacKay che interagisce in prima persona con l’artista.
C’è anzitutto Marianne Faithfull: sono presenti i suoi ricordi, eccezionali quelli su Allen Ginsberg, sull’appartenenza alla Beat e sul sentimento provato da quella generazione. Ci sono le sue canzoni, interpretate da artiste e cantanti, e soprattutto è presente un reperto storico fondamentale che i due registi hanno — per sfortuna — catturato: l’ultima esibizione di Marianne Faithfull, accompagnata da Nick Cave — protagonista di uno dei documentari più importanti della coppia di registi 20.000 Days On Earth (2014) — e da Warren Ellis, che interpretano il brano Misunderstanding del 2018.
Nel viaggio all’interno della sua travagliata vita, Marianne Faithfull non ha dolci parole per le sue esperienze cinematografiche, specialmente nel rapporto con Tony Richardson, soffermandosi sul comportamento indifferente da parte del regista nei confronti della sofferenza psicologica dell’allora poco più che ventenne artista. Jane Pollard e Iain Forsyth sorvolano velocemente — attraverso una frettolosa carrellata — sulla filmografia della Faithfull, focalizzandosi ancora una volta maggiormente sul rapporto mediatico e su come è stata raccontata — dagli altri — la sua vita. Emblematico lo scandalo Redlands, con il sensazionalismo da parte dei media nei confronti dell’immagine — divenuta poi iconica per la Swinging London — della Faithfull nuda e avvolta da una pelliccia, o il trattamento ricevuto per il suo brano Sister Morphine, inaccettabile se cantata da una donna, ma successivamente divenuto una hit nella discografia dei The Rolling Stones.
Il documentario di Jane Pollard e Iain Forsyth diventa così un ritratto che affonda nei ricordi e nelle immagini di un’epoca, costantemente ribaltate dalle dichiarazioni di Marianne Faithfull o dalle interpretazioni, moderne a al passo con i tempi, da parte delle generazioni che sono venute dopo e che hanno beneficiato della ribellione controculturale dell’artista. Il rischio è quello dell’autocompiacersi troppo, trascurando ed edulcorando alcuni degli aspetti fondamentali e più affascinanti di quella generazione con lo scopo di rapportarli obbligatoriamente alla contemporaneità. Il riscatto avviene con uno degli ultimi fili di voce di Marianne Faithfull che cantano un suo brano per l’ultima volta e che chiudono il documentario regalandoci un grande momento di umanità artistica.
Il documentario di Jane Pollard e Iain Forsyth diventa così un ritratto che affonda nei ricordi e nelle immagini di un’epoca, costantemente ribaltate dalle dichiarazioni di Marianne Faithfull o dalle interpretazioni, moderne a al passo con i tempi, da parte delle generazioni che sono venute dopo e che hanno beneficiato della ribellione controculturale dell’artista. Il rischio è quello dell’autocompiacersi troppo, trascurando ed edulcorando alcuni degli aspetti fondamentali e più affascinanti di quella generazione con lo scopo di rapportarli obbligatoriamente alla contemporaneità. Il riscatto avviene con uno degli ultimi fili di voce di Marianne Faithfull che cantano un suo brano per l’ultima volta e che chiudono il documentario regalandoci un grande momento di umanità artistica.
Di Saverio Lunare
06/06/2026