CAMP MIASMA: ADOLESCENZA, SESSO E MORTE - LO SLASHER COME RIVENDICAZIONE DEL DESIDERIO
In un'estate dominata dagli incassi inarrestabili di grandi produzioni e franchise come Odissea, Spiderman: Brand New Day e ora Oceania, con Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte il pubblico italiano può finalmente tornare a rinfrescarsi le iridi accaldate di agosto con fiotti di sesso, carne e fluidi grazie ad un titolo più indipendente, libero dall'agenda della grande industria hollywoodiana e con un budget di una decina di milioni di dollari che l'ha portato a inaugurare Un Certain Regard e guadagnarsi la Queer Palm. Grazie ad una distribuzione Mubi, il film è soprattutto la prima occasione per farci incontrare sugli schermi italiani la chiacchierata firma di Jane Schoenbraun dopo il piccolo caso di I Saw the Tv Glow, opera seconda che sotto l'egida di A24 ha conquistato il cuore di un affezionatissima nicchia di pubblico che ha trovato nel suo sguardo una voce generazionale capace di parlare di identità e genere con un'autentica queerness cinematografica.
In questo senso, Camp Miasma non è da meno e segna un approdo verso nuovi lidi, aprendosi ad un pubblico più popolare senza adagiarsi nei termini di un rischioso film a tesi sul suo contenuto bensì assorbendolo nei tessuti delle sue interiora cinematografiche, dove le direttrici del suo titolo originale, teenage, sex and death, vengono tritate ossessivamente dentro un nuovo divertito omaggio metariflessivo sullo slasher, dove genere e gender alimentano la forma scatenata di uno sguardo lucido e accattivante, superiore al semplice divertissement di exploitation e citazioni pop di operazioni recenti come X e MaXXXine.
L'industria mediale è nuovamente il bersaglio su cui prende vita e forma l'intera storia. Se nel precedente era l'ossessione verso lo show televisivo di Pink Opaque, questa volta conosciamo Camp Miasma come il luogo leggendario che ha alimentato per anni le riprese dell'eponima saga slasher nata negli anni '80, qui ricalcata sui modelli iconici di Venerdì 13, Halloween e Scream. Ora dimora museale in cui vive una solitaria Billy Preston sul viale del tramonto, storica final girl del primo film, a Camp Miasma si reca Kris, intraprendente regista 29enne decisa a coinvolgere l'ormai dimenticata attrice nel nuovo reboot a tinte woke dell'agenda queer con cui la produzione intende affidare il film al suo talento cinefilo, determinata a smontare i costrutti morali di una rappresentazione culturale fallocentrica e transfobica. Non fosse che, con una sferzata di coraggiosissima e disillusa autoironia, Billy Preston, impersonata da una memorabile Gillian Anderson, ha la risposta pronta con due sole parole: carne e fluidi. Flesh and fluids. Due parole per far crollare in un battito d'ali il castello di carte su cui Kris ha proiettato tutta la sua identità culturale e sessuale, due parole per far scatenare una pulsione creativa congelata dalla repressione sessuale.
In questo senso, Camp Miasma non è da meno e segna un approdo verso nuovi lidi, aprendosi ad un pubblico più popolare senza adagiarsi nei termini di un rischioso film a tesi sul suo contenuto bensì assorbendolo nei tessuti delle sue interiora cinematografiche, dove le direttrici del suo titolo originale, teenage, sex and death, vengono tritate ossessivamente dentro un nuovo divertito omaggio metariflessivo sullo slasher, dove genere e gender alimentano la forma scatenata di uno sguardo lucido e accattivante, superiore al semplice divertissement di exploitation e citazioni pop di operazioni recenti come X e MaXXXine.
L'industria mediale è nuovamente il bersaglio su cui prende vita e forma l'intera storia. Se nel precedente era l'ossessione verso lo show televisivo di Pink Opaque, questa volta conosciamo Camp Miasma come il luogo leggendario che ha alimentato per anni le riprese dell'eponima saga slasher nata negli anni '80, qui ricalcata sui modelli iconici di Venerdì 13, Halloween e Scream. Ora dimora museale in cui vive una solitaria Billy Preston sul viale del tramonto, storica final girl del primo film, a Camp Miasma si reca Kris, intraprendente regista 29enne decisa a coinvolgere l'ormai dimenticata attrice nel nuovo reboot a tinte woke dell'agenda queer con cui la produzione intende affidare il film al suo talento cinefilo, determinata a smontare i costrutti morali di una rappresentazione culturale fallocentrica e transfobica. Non fosse che, con una sferzata di coraggiosissima e disillusa autoironia, Billy Preston, impersonata da una memorabile Gillian Anderson, ha la risposta pronta con due sole parole: carne e fluidi. Flesh and fluids. Due parole per far crollare in un battito d'ali il castello di carte su cui Kris ha proiettato tutta la sua identità culturale e sessuale, due parole per far scatenare una pulsione creativa congelata dalla repressione sessuale.
La scelta di Gillian Anderson è indicativa: solo lei poteva dare un peso autentico alla voce di Billy Preston, portandosi appresso lo charme con cui si è riconquistata l'attenzione delle nuove generazioni cresciute con le quattro stagioni di Sex Education su Netflix, in un film dove l'educazione sessuale salta dallo streaming al cinema attraverso il suo divismo transgenerazionale. In questa consapevolezza transmediale, Schoenbraun tesse la trama di una sua propria mitologia a cui il pubblico può appassionarsi, come la sua protagonista Kris, nella durata di una lungimirante sequenza di titoli di testa. Parallelamente alla recente Oslo di Dreams di Dag Johan Haugerud, l'ambientazione glaciale in cui si fa largo il corpo casto e infagottato in abiti invernali di Hannah Einbinder non può che contrastare inizialmente con la sensualità di Gillian Anderson e del suo spazio casalingo dove la temperatura sessuale cresce gradualmente indicando la liberazione di un trauma nascosto tra le inquadrature di una scena di sesso del primo Camp Miasma. Si sviluppa così un film dentro film che sgancia gradualmente la tensione tra le due donne, liberando i loro confini intellettuali e professionali attraverso un'intensa e bruciante sessualità che rompe contro ogni tipo di repressione.
Con la lancia di Little Death che riemerge dal lago nell’intuizione più metacinematografica del film, la finzione penetra sempre più precipitosamente nella realtà lasciando emergere una paradossale consanguineità tra desiderio e morte. Schoenbrun contiene questa esuberanza stilistica dentro la pastosa fotografia in pellicola di Erik Yue, costantemente tesa a smascherare l'artificialità del suo set invernale, così irreale da omaggiare tutto un dna di citazioni disseminate fino a Powell & Pressburger, Wilder e Fassbinder. L'aspetto più ludico, delirante e cartoonesco delle sequenze di ammazzamenti lascia assumere pian piano i connotati surreali e identitari di Little Death, dove la morte inscritta nel nome trova le sue origini dentro una nuova possibile backroom di matrice cronenberghiana che scongela il sintomo di una rivendicazione contro i confini della realtà, del corpo e del sesso.
Con la lancia di Little Death che riemerge dal lago nell’intuizione più metacinematografica del film, la finzione penetra sempre più precipitosamente nella realtà lasciando emergere una paradossale consanguineità tra desiderio e morte. Schoenbrun contiene questa esuberanza stilistica dentro la pastosa fotografia in pellicola di Erik Yue, costantemente tesa a smascherare l'artificialità del suo set invernale, così irreale da omaggiare tutto un dna di citazioni disseminate fino a Powell & Pressburger, Wilder e Fassbinder. L'aspetto più ludico, delirante e cartoonesco delle sequenze di ammazzamenti lascia assumere pian piano i connotati surreali e identitari di Little Death, dove la morte inscritta nel nome trova le sue origini dentro una nuova possibile backroom di matrice cronenberghiana che scongela il sintomo di una rivendicazione contro i confini della realtà, del corpo e del sesso.
Come affermato da Schoenbrun nelle interviste, è inevitabile leggere il film come un'elaborazione personale del suo percorso di transizione completato dopo I Saw the Tv Glow, laddove i passi inquieti dei protagonisti si muovevano in territori più rarefatti e il debito con Lynch lasciava emergere una presa di consapevolezza più cupa e sofferta. Con Camp Miasma si amplifica tutta questa capacità di trasformazione cinematografica, alzando la posta di un gioco dentro un discorso gioioso capace di maneggiare un umorismo più caustico e fuori controllo, motore di una parodia consapevole che non si prende solo gioco del genere slasher bensì ne dimostra un profondo rispetto per l'immaginario di partenza. In questo senso può essere significativo accostare una delle immagini finali al Fabelmans di Steven Spielberg, un flashback sull'infanzia di Kris, un'altra esposizione alle frequenze brillanti del piccolo schermo, dove l'origine di un trauma può far nascere la propria fede nelle immagini, nell'identità di uno sguardo che trova nel cinema quell'esplosione orgasmica di realtà e piacere con cui superare ansie, paure e desideri per proiettarli verso nuovi orizzonti.
Di Emilio Occhialini
22/08/2026