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C'EST PAS MOI

RECENSIONE

C'EST PAS MOI - LA DITTATURA DELLE IMMAGINI DI LEOS CARAX

​“Lo sguardo degli dei” ovvero, il cinema ai tempi del muto. La macchina da presa come una presenza divina, offerta dalle pesanti attrezzature del cinema di quell’epoca lontana. Cos’è il cinema ora? Cosa sono le immagini oggi? É quello che si domanda Leos Carax in C'est pas moi, un cine-saggio nella quale riecheggia l’eco di Godard, un proseguimento ideologico di Le Livre d'image per riflettere sul visivo, su se stessi, e sul mondo che ci circonda. In una realtà come la nostra nella quale le immagini sono così tante da farci diventare ciechi, in cui c’è sempre più divario tra il concetto di vedere e quello di osservare, Leos Carax parla di noi riflettendo su se stesso, soprattutto attraverso il suo cinema.

Come si intersecano le immagini che il regista stesso ha prodotto con la sua vita, con la nostra vita e con la storia delle immagini? C'est pas moi è un grande collage di immagini d’archivio, tra la storia del cinema, la Storia del mondo e la storia privata, con un’estetica distorta e glitchata, sporca e sboccata, degradata e degenerata, come il nostro sguardo nell’epoca contemporanea.
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In una sequenza emblematica, ci vengono mostrati quelli che il regista chiama i posseduti dall’odio del nostro secolo: una carrellata di dittatori, politici e burattinai della nostra epoca (Xi Jinping, Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Bashar al-Assad e Vladimir Putin) affiancati da immagini d’archivio del ventennio, con tanto di sequenza in cui viene raccontata una delle favole della buonanotte più inquietanti mai sentite.
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​Ma cos’è il regista se non colui che ha il potere assoluto sullo spettatore? Una sorta di dittatura fantasmatica, in cui il potere del racconto per immagini è nelle mani di una sola persona? Forse Carax ci vuole suggerire come anche questa dittatura delle immagini oggi sta barcollando. Laddove le immagini sono ovunque, prodotte da chiunque, diffuse ogni secondo ad una velocità mai vista prima. Inoltre chiunque è in grado di manipolarle, di rendere fittizia la realtà grazie alle nuove tecnologie, in un processo di finzione dentro il fittizio. Il cinema è sempre stato un'arte intrinsecamente legata alla finzione: tutto ciò che vediamo sullo schermo è falso, manipolato, costruito. Eppure, oggi la possibilità di alterare la realtà si è ampliata ancor di più.

Così, in una straordinaria scena post-credit, torna la piccola Annette (la bambola umanoide protagonista del suo ultimo lungometraggio), e prende il posto di Denis Lavant nella celebre sequenza sulle note di "Modern Love” nel film Mauvais Sang. Quella che nel film del 1986 era una carrellata di corsa disperata dell’uomo, oggi è un’immagine statica di una bambola che corre su un tapirulan, animata meccanicamente da uomini in tutine nere pronti a confondersi con lo sfondo.

Un finale autoironico e meta-cinematografico che riflette sul passaggio dal vecchio al nuovo, sulla finzione del cinema stesso. Ci si chiede: quanto sono davvero diverse queste due sequenze? Forse, a ben vedere, nessuna delle due è più "vera" dell’altra.

Di Simona Rurale

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