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CHI SONO I MOSTRI NEL CINEMA DI ALI ABBASI?

SPECIALE

CHI SONO I MOSTRI NEL CINEMA DI ALI ABBASI?

La capacità di gestire tre pellicole completamente diverse tra loro senza mai snaturarsi, riuscendo a tessere un file rouge che unisca tre film ambientati in tre diverse nazioni e appartenenti a tre differenti generi. Nonostante l’ancora breve carriera, Ali Abbasi si sta confermando come uno dei più interessanti registi nel panorama cinematografico internazionale. In questo articolo analizzeremo come il regista iraniano, naturalizzato danese, abbia messo in scena il tema del mostruoso in Border, Holy Spider e The Apprentice.

BORDER - SUL CONFINE PER SCOPRIRE LA PROPRIA NATURA

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Grazie al suo fiuto eccezionale, Tina (Eva Melander) riesce a fermare alla dogana danese passeggeri che nascondono qualcosa, che sia una sostanza illecita o un sentimento di tensione, lei lo sentirà e sarà in grado di non far entrare nella Nazione pericolosi individui. Ma quando un uomo di nome Vore (Eero Milonoff) riuscirà ad eludere il fiuto di Tina, la donna percepirà un’attrazione sessuale selvaggia nei suoi confronti e rapportandosi con lui scoprirà la sua reale, fantastica, natura. Un grandissimo film sull’accettazione personale e sul rapporto tra ciò che comunemente viene definito mostro (il diverso) e il suo diritto ad esistere e ad integrarsi nella società. Una pellicola che viene innalzata dal genere e dall’importanza che Abbasi da al fantastico, attraverso un comparto tecnico che risalta il make up, l’effetto speciale, il sonoro e tutti gli aspetti sensoriali che riescono a trasmettere allo spettatore la forza sociale del film, senza che mai venga trascurata quella più prettamente filmica. Border è il miglior film di genere possibile, quello capace di far confluire tematiche importanti al puro godimento cinematografico.

HOLY SPIDER - DUE FACCE DELLO STESSO RETAGGIO CULTURALE

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In Holy Spider, Ali Abbasi non ha alcuna intenzione di creare un classico giallo, elimina il “plot twist” narrativo rivelando hitchcockianamente tutto allo spettatore e nulla ai personaggi, in un film eccezionale che racconta due facce della stessa medaglia di un Paese che deve confrontarsi con un retaggio opprimente, messo in atto in ogni luogo e contesto. Ed è proprio per questo che Abbasi decide di alternare le sequenze degli omicidi perpetrati dal serial killer di prostitute Saeed (Mehdi Bajestani), assassino realmente esistito, alle indagini della giornalista Rahimi (Zahra Amir Ebrahimi), continuamente discriminata in ambito lavorativo perché donna. Abbasi sembra raccontarci che il femminicidio, e soprattutto, l’accettazione mediatica di Saeed è soltanto una naturale conseguenza di ciò che sta vivendo Rahimi, mettendo in evidenza come il problema sia alla base, è un problema che riguarda la società e che il vero mostro non è mai l’individuo ma, un intero sistema. Un capolavoro diretto da Abbasi che, ancora una volta, si affida al genere per portare in risalto un discorso dal grande impatto sociale.

THE APPRENTICE - STOKER E SHELLEY PER RACCONTARE IL GIOVANE DONALD TRUMP

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The Apprentice è un monster movie, non è un classico biopic. Con tanto coraggio e acume Abbasi decide di raccontare le relazioni personali del giovane Donald Trump (Sebastian Stan), ribaltando la retorica tanto cara a Trump e ai trumpiani del self-made man attraverso il suo rapporto con Roy Cohn (un grandissimo Jeremy Strong) avvocato difensore di Trump e suo mentore, è lui il reale artefice della costruzione dell’impero trumpiano che arriverà sino alla bi-presidenza degli Stati Uniti d’America. La forza mediatica di Trump e la sua elezione era stata già analizzata nello splendido documentario di Michael Moore: Fahrenheit 11/9. Ad Abbasi non interessa il perché la gente sia ammaliata da Trump, quanto il come l’uomo abbia stokerianamente succhiato il sangue di chi gli è stato accanto per ottenere una forma di immortalità ( non a un caso l’uomo verrà ricordato sicuramente anche dopo la sua morte). E Stoker non è l’unico riferimento alla letteratura horror che è presente in The Apprentice, perché in una delle sequenze più significative dell’opera osserviamo Trump venire composto chirurgicamente come se fosse un moderno Frankenstein. Per Abbasi Trump è questo, è un ibrido tra il mostro di Stoker e quello di Mary Shelley ed è per questo che The Apprentice è la genesi di un mostro restituita attraverso i suoi rapporti personali. Che grande idea politica e cinematografica.

​Di Saverio Lunare

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