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CIME TEMPESTOSE

RECENSIONE

CIME TEMPESTOSE - QUANTO RUMORE PER UN FLEBILE IMPATTO

​Non si è fatto che parlare del presunto oltraggioso attacco al pudore attuato da Emerald Fennell. Da quando sono uscite le prime immagini dal set — per non parlare della release del primo trailer — il mondo che bazzica intorno al cinema e che ha interesse verso ciò che accade in questo ambito, si è diviso in due: i cultori del rispetto maniacale nei confronti dell’opera letteraria, contro gli anarchici degli adattamenti, pro allo stravolgimento autoriale ai fini della libertà artistica da parte del regista.

Cime Tempestose, il nuovo film della regista britannica, è stato preceduto da mesi di dibattiti e paure, molto prima che il film uscisse e che qualcuno potesse giudicarlo nella sua completezza. Il 12 febbraio è uscito nelle sale italiane, e non possiamo far altro che notare quanto tutto questo parlare sia stato fatto inutilmente.

Perché noi avremmo sperato in un vero e proprio attacco a lesa maestà da parte della regista, che con Cime Tempestose firma la sua terza pellicola; e magari fosse stato così radicale come si pensava (e qualcuno temeva). Magari avesse avuto quell’erotismo sfacciato ma reale, con un’idea adulta del sesso e della morte e del rapporto che connette l’uno all’altro. Avremmo mostrato molto più interesse se il film fosse stato il sogno bagnato di una lettrice di Cime Tempestose, pronta a scioccare chi desiderava la fedeltà assoluta alla Brontë.

Cime Tempestose non è nulla di tutto questo, è semplicemente un brutto film che si fonda su un infantile desiderio, su una messa in scena che puzza di plastica, pomposa e laccata, e che è la dimostrazione di quanto la regista abbia avuto molto meno coraggio di quanto si potesse pensare.
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​Perché l’erotismo che tanto preoccupava i ‘fanatici brontiani’ — usciti fuori dai cespugli come spesso accade in questi casi — è così sterile e puerile. Margot Robbie e Jacob Elordi — solitamente bravissimi (basti pensare al recente Frankenstein interpretato dall’attore australiano) — erotici non lo sono mai, venendo anch’essi assorbiti dalla finzione posticcia di tutto ciò che li circonda, e quando devono mostrare un desiderio carnale reale, finiscono per restituirne uno che non esiste, un desiderio da rom-com poco ispirata.

Tra sequenze che si presterebbero perfettamente per videoclip (di medio livello) dei pezzi di Charli XCX (che ha firmato la colonna sonora, quasi onnipresente all’interno del film) e progressioni temporali montate come fossero riassunti delle vacanze estive di un adolescente, la regista fallisce nell’intento nobile di personalizzare un classico.

Impallidisce in confronto all’adattamento di un’altra regista britannica: Andrea Arnold, che nel 2011 mostrò, con estrema eleganza e naturalezza, come si può far esplodere quel tipo di desiderio carnale — restando all’interno di molti stilemi del classico film in costume e forse rispettando anche fin troppo la Brontë — utilizzando soltanto una sequenza, per la quale vale la pena vedere l’intero film. Impallidisce la Fennell in confronto alla Arnold e fanno lo stesso Robbie ed Elordi in confronto a Kaya Scodelario e James Howson; quanto rumore c’è stato per un impatto così poco significativo.
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Di Saverio Lunare
13/02/2026

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