COMPANION - BASTA UN MESSAGGIO AL PASSO COI TEMPI PER FARE UN BEL FILM?
Quanto è difficile fare fantascienza post Black Mirror. Quella fantascienza in bilico tra distopia e realtà che tanto ci affascina ed attrae perché la sentiamo alle porte, tanto pericolosa quanto vicina a noi. L’intelligenza artificiale come sostituto perfetto dell’essere umano, la macchina come un vero e proprio essere senziente, la riflessione sull’etica da assumere di fronte all’Intelligenza Artificiale che già ci poneva Blade Runner nel 1982. È sulla stessa scia che arrivarono Her di Spike Jonze e Ex Machina di Alex Garland, tutte pellicole che in tempi non sospetti teorizzavano l’uso dell’AI (spesso identificato nel genere femminile) in rapporto con l’essere umano (un uomo solo che trova nella macchina creata sulla base dei desideri maschili, un po’ d’affetto e di compagnia).
In Companion di Drew Hancock questa compagnia è incarnata da Iris (Sophie Thatcher), il robot- fidanzata di Josh (Jack Quaid). Iris è programmata per soddisfare ogni richiesta e necessità del suo padrone, plasmata e controllata in tutto e per tutto dal maschile, compiacendolo e aderendo perfettamente ad un immaginario di fidanzatina perfetta, finché qualcosa non andrà naturalmente storto.
Vien da sé dire che Companion punta a essere un pretesto per teorizzare su dinamiche di tossicità di coppia mettendo in scena un rapporto fatto di un maschile manipolante e possessivo da una parte, ed un auto-svilimento e sabotaggio dalla parte femminile, che crederà per buona parte della sua (non) vita che le cose vadano bene così. La storia di una robottina obbediente (BeepBop come la chiama subdolamente lui) e il rapporto con il suo fidanzato meschino che le abbassa volontariamente l’intelligenza al 40%, così che rimanga al suo posto.
In Companion di Drew Hancock questa compagnia è incarnata da Iris (Sophie Thatcher), il robot- fidanzata di Josh (Jack Quaid). Iris è programmata per soddisfare ogni richiesta e necessità del suo padrone, plasmata e controllata in tutto e per tutto dal maschile, compiacendolo e aderendo perfettamente ad un immaginario di fidanzatina perfetta, finché qualcosa non andrà naturalmente storto.
Vien da sé dire che Companion punta a essere un pretesto per teorizzare su dinamiche di tossicità di coppia mettendo in scena un rapporto fatto di un maschile manipolante e possessivo da una parte, ed un auto-svilimento e sabotaggio dalla parte femminile, che crederà per buona parte della sua (non) vita che le cose vadano bene così. La storia di una robottina obbediente (BeepBop come la chiama subdolamente lui) e il rapporto con il suo fidanzato meschino che le abbassa volontariamente l’intelligenza al 40%, così che rimanga al suo posto.
La domanda che arriviamo a questo punto a porci è: basta un messaggio al passo coi tempi per fare un buon film? Companion infatti, seppur cavalcando l’ondata di modernità per quanto riguarda i temi femministi, è un film profondamento indeciso su cosa vuole essere più di questo. Il tono a metà tra commedia e horror non funziona né da un lato né dall’altro, rimanendo in un limbo di incertezza stilistica che non stupisce mai lo spettatore, risultando talvolta involontariamente grottesco nelle scene comiche e timido in quelle più spinte. Le buone intenzioni, insomma, non bastano per rendere un film interessante, perché Companion, in fin dei conti, è un film horror senza orrore, un film sugli abusi senza troppa violenza, una commedia senza risate, una buona idea senza una buona visione.
Se poi pensiamo di confrontarlo con le pellicole che trattano lo stesso tema in mille modi migliori la situazione peggiorerebbe drasticamente. Gli standard ad oggi sono ben altri.
Di Simona Rurale
Se poi pensiamo di confrontarlo con le pellicole che trattano lo stesso tema in mille modi migliori la situazione peggiorerebbe drasticamente. Gli standard ad oggi sono ben altri.
Di Simona Rurale