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DA LA HISTORIA OFICIAL A IO SONO ANCORA QUI - PIANGERE NON SERVE

SPECIALE

DA LA HISTORIA OFICIAL A IO SONO ANCORA QUI - PIANGERE NON SERVE: L'IMPORTANZA DI RICOSTRUIRE GLI ORRORI DELLA DITTATURA

Nonostante siano i casi di totalitarismi occidentali più vicini alla contemporaneità, le dittature sudamericane non ricevono la giusta rilevanza all’interno dell’istruzione scolastica e nel dibattito sociale. Sappiamo bene che sui banchi di scuola il capitolo conclusivo su cui si lavora è la Seconda Guerra Mondiale (con qualche professore più lungimirante che inserisce qualcosa di Guerra Fredda), lasciando per strada la dittatura franchista, la più longeva dittatura europea del ‘900, e le dittature sudamericane. Per fortuna, come spesso accade, ci pensano i prodotti culturali a venirci in soccorso, dalla letteratura (Rafael Cozzi con il suo Estadio Nacional dove ricordava le torture subite dagli oppositori politici e non di Pinochet all’interno dello stadio di Santiago in Cile, ha scritto uno dei testi più sconvolgenti e impattanti della produzione letteraria sudamericana) e soprattutto dal cinema. L’eccezionale tendenza è quella dell’auto raccontarsi attraverso storie che esaminano la dittatura dall’esterno, con un’elaborazione dell’importanza di non lasciare il passato offuscato da chi decide di raccontare la storia. È la base di tre pellicole che condividono l’idea di quanto sia fondamentale che le storie delle dittature latino-americane vengano rappresentate, perché un Paese non può progredire se prima non fa i conti con il proprio passato.

LA HISTORIA OFICIAL DI LUIS PUENZO - LA STORIA LA SCRIVE CHI VINCE

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Realizzato soltanto due anni dopo la caduta del regime di Jorge Videla, La Historia Oficial (1985) rappresenta la più celere e tempestiva opera cinematografica capace di esaminare l’orrore della dittatura, ambientando il racconto in epoca post-dittatoriale. Luis Puenzo mette in relazione l’incubo dei desaparecidos a cui sono stati sottratti neonati messi in vita durante la prigionia, al retaggio alto borghese di Alicia (Norma Aleandro) una professoressa di storia, moglie di un ricco uomo d’affari vicino ai vertici della giunta. La loro figlia Gaby non è stata partorita da Alicia, ma è stata adottata da suo marito in piena dittatura, mentendo a sua moglie sulla provenienza di Gaby e sul consenso che la madre naturale della piccola ha concesso all’adozione. La coscienza di Alicia sarà scossa dall’incontro con la sua amica Ana (Chunchuna Villafañe), vittima delle torture e abusi da parte dei militari, salva per miracolo dalla morte e dal far parte dei desaparecidos; dopo la confidenza della donna si innesterà in Alicia il dubbio sulla reale provenienza di sua figlia.

“La storia la scrive chi vince” viene detto da uno degli studenti di Alicia, in opposizione a ciò che viene raccontato dai libri di storia sul passato ottocentesco argentino. Una frase che fa ovviamente riferimento al più recente passato del Paese sudamericano e che mette in rilievo come la storia sia qualcosa di relativo e non impugnabile, come spesso viene affermato. Teoria che viene esplicitata a partire dal potente titolo della pellicola e da una sequenza iniziale estremamente significativa, in cui Alicia canta l’inno argentino fieramente, prima di mettere in dubbio il proprio Paese a causa della verità che emergerà su sua figlia Gaby e sull’operato della dittatura. Quella di Puenzo è una pellicola che ribalta la prospettiva di consapevolezza, lo sguardo su cui si focalizza il film è quello di una carnefice (forse inconsapevole, ma pur sempre carnefice). L’immedesimazione è ancora più potente nei confronti dell’orrore dittatoriale, dato che la prospettiva è quella di una borghese agiata e non di una vittima diretta della giunta militare. Il compito di Alicia diventa quello di ricostruire la storia, meta-cinematograficamente associabile a quello di Puenzo e degli artisti che cercando di ridare luce al passato mai degnamente ricostruito e raccontato, argomento che sarà il fil-rouge anche dei successivi film presi in analisi in questo articolo.
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Una delle sequenze memorabili di La Historia Oficial è quella della simulata invasione militare di un gruppetto di ragazzini che stanno vivendo un momento ludico, all’interno della cameretta di una spaventatissima Gaby, scioccata forse non soltanto dalla paura del momento in sé, ma anche da una sensazione di déjà-vu da parte della bambina, di un’associazione mentale avuta dalla piccola ad un avvenimento già vissuto, ma al posto di bambini che si divertono c’erano reali militari che facevano irruzione in una casa. Che grande idea cinematografica nel rappresentare un ricordo intrinseco, seppur nascosto e dimenticato.


​ARGENTINA, 1985 DI SANTIAGO MITRE - NUNCA MÁS

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Nunca más è il simbolo della lotta giuridica svolta in Argentina per fare luce sulla dittatura. Significa mai più, ed è il mantra su cui il procuratore Julio Strassera (Riccardo Darín) crea la sua arringa finalizzata a fare giustizia per gli orrori perpetrati da Videla e Co.
Il film di Santiago Mitre è il racconto di quel processo, realizzato da due procuratori in crisi con il proprio sistema. Dato che il pensiero comune è ormai abbindolato dalle fandonie dittatoriali e trovare un équipe di avvocati non fascisti e non pro-Videla è praticamente utopistico, bisogna affidarsi al nuovo che avanza, alle giovani menti argentine non infangate dal pensiero inculcato in sette anni di dittatura militare.

Argentina, 1985 (2022) si focalizza su quanto sia importante costruire il futuro della propria Nazione, condannando il proprio passato (non soltanto ideologicamente, ma anche legislativamente), e per questo le testimonianze (ricostruite e interpretate) terrificanti di persone vittime di torture e abusi vengono filmate da Mitre nascondendo il più possibile la macchina da presa, mettendo in evidenza quanto sia fondamentale il ricordo senza la manipolazione cinematografica del montaggio, ma soltanto mettendo lo strumento al servizio del racconto.
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L’eccezionalità di Argentina, 1985 è la capacità in sceneggiatura di Mitre e Mariano Llinás (probabilmente il cineasta argentino più importante della contemporaneità), di alleggerire (senza mai ridicolizzare o sminuire) la narrazione del film. Lo fanno grazie ad una cinica ma irresistibile simpatia da parte di Strassera, come sempre con Darín interpretato alla grande, che fa avvicinare ancora di più lo spettatore (ed è fondamentale farlo in un film così) ad un legal drama che non possiede le lente e tediose dinamiche da legal drama, ma che ribalta gli stilemi del tipo racconto per divertire lo spettatore, per poi un secondo dopo farlo crollare in lacrime per le testimonianze delle donne di Plaza de Mayo. Una capacità nel gestire il racconto cinematografico da parte della coppia Mitre-Llinás da insegnare nelle scuole di sceneggiatura.

io sono ancora qui di walter salles - l'urgenza di raccontare il proprio paese

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Quando alcuni uomini dell’esercito del regime brasiliano di Médici fanno irruzione nella casa di Rubens e Eunice Paiva con lo scopo di sequestrare l’uomo, uno di questi soldati finge di staccarsi il dito con il trucchetto più antico del mondo, per intrattenere la figlia minore della famiglia. Io sono ancora qui (2024) di Walter Salles si può riassumere con questa eccezionale sequenza, in cui viene messo in evidenza quanto sia infimo il regime perché composto da essere umani e non da mostri, è la normalità ad essere divenuta orrore.
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L’importanze del ricordo è la base centrale anche del film di Salles. Non a caso uno dei dialoghi più significativi dell’intera opera vede protagonista una giornalista che domanda a Eunice Paiva (Fernanda Torres) se il Brasile ha urgenze più importanti rispetto a quelle di risarcire le vittime della dittatura. Lei che sta combattendo da quando suo marito Rubens è stato sequestrato dalla giunta militare, risponde che è fondamentale guardare al passato affinché si possa migliorare il futuro di un Paese, che non si può progredire se prima non si fanno i conti con ciò che è stato.

È una pellicola che non ricerca mai la complessità narrativa o stilistica. Salles è consapevole che un film così non ha bisogno di nessuna ricercatezza formale, nessun guizzo tecnico o registico. La necessità era quella di soffermarsi sull’importanza dell’avvenimento, su ciò che la famiglia Paiva ha dovuto sopportare nel periodo dittatoriale e nell’epoca post Médici, con una donna che trascorso l’intera esistenza al servizio non soltanto della verità riguardante suo marito, ma su quella che riguarda l’intero Brasile.

È il collante di questi tre film sulla memoria dittatoriale: l’importanza di raccontare il proprio Paese, e di farlo con tutto se stessi. Nonostante momenti diversi della dittatura e di realizzazione delle opere, Luis Puenzo, Santiago Mitre e Walter Salles ci hanno ricordato che la storia dei totalitarismi occidentali non si ferma alla Seconda Guerra Mondiale, ma che è molto più vicina alla contemporaneità di quanto non si pensi. L’importante è non dimenticarlo mai e continuare a rappresentarlo attraverso opere d’arte, prodotti culturali e tutte le forme comunicative che si hanno a disposizione.
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Di Saverio Lunare

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