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DANGEROUS ANIMALS

RECENSIONE

DANGEROUS ANIMALS - NELLE FAUCI DELLO SPETTACOLO

Se con The Devil’s Candy (2015) ha messo in connessione l’ispirazione artistica e la possessione satanica, in Dangerous Animals Sean Byrne analizza la fame di spettacolo e la mascolinità tossica. Per farlo sceglie un contesto in cui a comandare è l’ordine predatore e preda, in cui il pesce grosso mangia quello piccolo e soltanto tra predatori di stesso valore gerarchico regna la pace. Ma l’essere umano non è uno squalo — soprattutto l’uomo — e la sua concezione di predatore è filtrata dal proprio retaggio e dalla voglia di soddisfare l’ego tramite la realizzazione di uno spettacolo.

Zephyr (Hassie Harrison) è una giovane surfista arrivata in Australia per cavalcare le onde dell’oceano e distaccarsi dalla sua precedente vita in America. Quando verrà rapita da un serial killer (Jai Courtney) che la rinchiuderà nella propria barca, la giovane surfista dovrà lottare per non diventare protagonista dell’ennesimo “spettacolo” creato dal killer, soddisfacendo la fame insaziabile degli squali.
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Byrne costruisce un horror con una sapiente maestria, nonostante un genere che ormai vive di vita propria — lo shark movie diventato cult grazie a Steven Spielberg nel 1975 e saturato da copie e declinazioni — il regista australiano riesce a innovarlo attraverso degli stilemi già consolidati all’interno del cinema — in primis il rapporto tra killer e final girl — realizzando una pellicola in cui tutto, paradossalmente, risulta credibile.
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Di grande supporto al film sono le interpretazioni di Hassie Harrison e Jai Courtney, ottimi nei loro ruoli, che danno l’idea di aver capito perfettamente cosa fare e come caratterizzare i propri personaggi. Il ribaltamento del ruolo preda-predatore non risulta mai forzato grazie ai due attori e al loro feeling recitativo.

Credibili non sono soltanto i due protagonisti, ma anche la scelta di mettere in scena l’Australia come il luogo letale per eccellenza. Il Paese — isolato dal resto del mondo e dove se becchi l’insetto sbagliato rischi la vita — diventa un covo di pericolosità, sia in superfice che sott’acqua, ogni cosa che puoi incontrare in Australia può essere letale, è il luogo perfetto dove far “sparire” delle persone, senza che ciò risulti una forzatura.
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Ciò che crea, va ripreso, catalogato e riguardato. Non può fare una performance senza che essa venga filmata, il serial killer di Dangerous Animals è schiavo dell’intrattenimento e dello spettacolo, è quello che soddisfa il proprio ego — rappresentato da Byrne con la costante voglia di sentirsi uno squalo, di paragonarsi a un predatore naturale — ma quando incontrerà chi realmente si avvicina allo spirito dell’animale dell’oceano, dovrà confrontarsi con la realtà, quella di essere semplicemente un incompiuto con il complesso maschile d’inferiorità.
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Di Saverio Lunare
24/08/2025

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