DANGEROUS ANIMALS: PESCE GRANDE MANGIA PESCE PICCOLO - SPECIALE BUIO
Dopo aver viaggiato nel tempo con la Nová vlna di Juraj Herz, si torna nella contemporaneità. A Buio — la rassegna che porta il cinema horror nel cuore di Bologna — è stato proiettato il nuovo film di Sean Byrne, dopo essere passato nelle sale italiane in estate.
Nel suo Dangerous Animals — una rivisitazione dello shark movie ibridato allo slasher con serial killer — il regista australiano mette in scena i ruoli contemporanei del maschio (autocompiaciuto dalla sua convinzione di essere un predatore) e dello spettacolo all’interno di quel principio di prevaricazione e legittimità di imporre le proprie regole e la propria, presunta, etica di sopravvivenza.
Nell’oceano il pesce grande mangia il pesce piccolo, ma i ruoli di predatore e preda vengono ribaltati all’interno di un’impostazione non più legittimata dal maschio, ma dalla natura sociale e strettamente contemporanea dell’essere umano.
Nel suo Dangerous Animals — una rivisitazione dello shark movie ibridato allo slasher con serial killer — il regista australiano mette in scena i ruoli contemporanei del maschio (autocompiaciuto dalla sua convinzione di essere un predatore) e dello spettacolo all’interno di quel principio di prevaricazione e legittimità di imporre le proprie regole e la propria, presunta, etica di sopravvivenza.
Nell’oceano il pesce grande mangia il pesce piccolo, ma i ruoli di predatore e preda vengono ribaltati all’interno di un’impostazione non più legittimata dal maschio, ma dalla natura sociale e strettamente contemporanea dell’essere umano.
Ed è così che la Zephyr interpretata da Hassie Harrison — una giovane surfista indipendente, che vive nel suo furgone — è il vero squalo, dominatrice delle onde. Mentre il Bruce Tucker di Jai Courtney (perfetto nel ruolo) è il serial killer autoconvinto di poter far parte di quella categoria, ma in realtà è un pesce piccolo all’interno dell’oceano e questa sua ossessione per i letali abitanti del mare — sublimata dalla ricerca dell’immagine, della sequenza in cui lo squalo fa lo squalo e divora il corpo femminile — diventa soltanto lo scudo dietro cui ripararsi, anche attraverso il performativo esplicitamento di nozioni e curiosità sul tema.
E quale nazione se non l’Australia per mettere in scena la pericolosità incombente, l’isolamento rispetto al resto del mondo e quella — paradossale — ma credibile possibilità di poter morire in ogni momento, che tutto — in superficie e negli abissi — possa essere letale.
E quale nazione se non l’Australia per mettere in scena la pericolosità incombente, l’isolamento rispetto al resto del mondo e quella — paradossale — ma credibile possibilità di poter morire in ogni momento, che tutto — in superficie e negli abissi — possa essere letale.
Una gestione del genere formidabile quella di Sean Byrne, che costruisce un monster movie in doppia direzione (mostro umano e “mostro” animale) e lo fa con una grande capacità di muoversi all’interno dei codici — su tutti quello della final girl — e nei cliché, ma senza mai che questo appesantisca e banalizzi il suo horror. Dangerous Animals riesce a fare qualcosa di importante all’interno di un sottogenere che dava apparentemente dimostrazione di aver giocato tutte le sue cartucce: riesce a svincolarsi, a trovare un suo ruolo e un suo spazio. Merito di un regista che già con The Devil’s Candy (2015) era stato in grado di saper rinnovare il sottogenere (in quel caso l’horror satanico) con una forte identità personale. Con Dangerous Animals si riconferma come una voce significativa all’interno del sempre più florido cinema horror made in Australia.
Di Saverio Lunare
17/12/2025