DEATH OF A UNICORN - IL PARADOSSO DELL'A24
Per capire che Death of a Unicorn non sarà un film indimenticabile e neanche un punto di svolta per la A24 non serve aspettare molto, i primi 10 minuti lo lasciano intendere perfettamente e incarnano anche la deriva intrapresa dalla casa di produzione che fino a qualche tempo fa sembrava non sbagliare neanche un film. L’introduzione di questo nuovo film consiste in situazioni didascaliche ai limiti della banalità, dialoghi scritti con il solo obiettivo di presentarci l’intera trama della pellicola, il tutto condito però dalle note di Cherry-coloured Funk dei Cocteau Twins che non avrà altra funzione se non quella di dare l’idea di star guardando qualcosa di ricercato, con canzoni più di “nicchia” degli anni ’90, completamente fine a se stesso, che risulta solo costruito e puramente performativo.
Elliot (Paul Rudd) e sua figlia Ridley (Jenna Ortega) sono invitati per passare il weekend alla tenuta di Odell Leopold (Richard E. Grant), capo di Elliot e ricco magnate farmaceutico. Mentre sono diretti alla casa investono per sbaglio un animale misterioso che si rivelerà essere un unicorno. Una volta trasportato alla dimora della ricca famiglia si scoprirà che questo animale possiede delle doti curative straordinarie che porteranno a rivelare le intenzioni spietate dei Leopold.
L’opera prima di Alex Scharfman è una scheggia impazzita (in senso negativo però) che non riesce mai a prendere una direzione precisa, cambia costantemente tono, dalla commedia nera, alla satira politica, all’horror-fantasy, senza mai riuscire, però, a creare delle sequenze vagamente memorabili.
Elliot (Paul Rudd) e sua figlia Ridley (Jenna Ortega) sono invitati per passare il weekend alla tenuta di Odell Leopold (Richard E. Grant), capo di Elliot e ricco magnate farmaceutico. Mentre sono diretti alla casa investono per sbaglio un animale misterioso che si rivelerà essere un unicorno. Una volta trasportato alla dimora della ricca famiglia si scoprirà che questo animale possiede delle doti curative straordinarie che porteranno a rivelare le intenzioni spietate dei Leopold.
L’opera prima di Alex Scharfman è una scheggia impazzita (in senso negativo però) che non riesce mai a prendere una direzione precisa, cambia costantemente tono, dalla commedia nera, alla satira politica, all’horror-fantasy, senza mai riuscire, però, a creare delle sequenze vagamente memorabili.
Il film non fa quasi mai ridere, non spaventa e la satira politica sui grandi magnati farmaceutici è a dir poco superficiale. Non riesce nemmeno a rievocare quel sentimento di nostalgia verso un tipo di produzione del passato dove la creatura fantastica era la protagonista, grazie (o per colpa) soprattutto al character design dell’unicorno che risulta senz’anima e molto abbozzato. La CGI, inoltre, non corre in soccorso, anzi, perché anche se il film è costato “solo” 15 milioni di dollari, che non sono molti per una pellicola con una creatura completamente in computer grafica, è vero anche che la scelta di rendere l’unicorno così presente a schermo nella seconda parte (pure alla luce del sole) non fa altro che peggiorare la situazione.
La regia è a tratti molto scolastica e molto spenta, in particolare in alcune scene d’azione dove sembra di essere di fianco al regista a vedere la prova generale della scena stessa, per quanto è montata male, senza ritmo e artificiosa. Anche le prove attoriali sono sbiadite e blande, a sostegno del fatto che ormai sembrerebbe che la A24 non sia più il punto di inizio di una carriera o di una svolta verso sentieri mai percorsi, ma piuttosto un punto di arrivo per qualsiasi star del momento pronta ad inserire nel suo curriculum la collaborazione con la casa di produzione più cool del momento.
In definitiva, se dovessimo immaginare il 2025 dell’A24 come un album musicale potremmo considerare Death of a Unicorn e Opus come dei classici riempitivi, dei prodotti che cadono proprio a metà del disco che si legano all’opera totale solo per un fattore puramente estetico e che si ascoltano solo per cercare di avere un’idea di dove la band (in questo caso la A24) ci vuole portare, ma che verranno completamente dimenticati una volta partita la canzone successiva.
Di Andrea Rossini
La regia è a tratti molto scolastica e molto spenta, in particolare in alcune scene d’azione dove sembra di essere di fianco al regista a vedere la prova generale della scena stessa, per quanto è montata male, senza ritmo e artificiosa. Anche le prove attoriali sono sbiadite e blande, a sostegno del fatto che ormai sembrerebbe che la A24 non sia più il punto di inizio di una carriera o di una svolta verso sentieri mai percorsi, ma piuttosto un punto di arrivo per qualsiasi star del momento pronta ad inserire nel suo curriculum la collaborazione con la casa di produzione più cool del momento.
In definitiva, se dovessimo immaginare il 2025 dell’A24 come un album musicale potremmo considerare Death of a Unicorn e Opus come dei classici riempitivi, dei prodotti che cadono proprio a metà del disco che si legano all’opera totale solo per un fattore puramente estetico e che si ascoltano solo per cercare di avere un’idea di dove la band (in questo caso la A24) ci vuole portare, ma che verranno completamente dimenticati una volta partita la canzone successiva.
Di Andrea Rossini