DELLAMORTE DELLAMORE - TRENT'ANNI DALL'ULTIMA GRANDE IMMAGINAZIONE
In occasione del trentesimo anniversario del film di Michele Soavi, la Cat People riporta nelle sale Dellamorte Dellamore in versione restaurata. La casa di distribuzione non è nuova a queste operazioni dati i recenti (e di successo) ritorni in sala di Cannibal Holocaust, Profondo Rosso, Suspiria e L’odore della notte… Sicuramente la casa sarda si sta muovendo nella direzione giusta per far breccia nel cuore degli amanti del cinema di genere made in Italy. Appassionati che negli anni novanta hanno vissuto l’ultimo ruggito di un cinema ormai scomparso, arraccante già nel decennio in cui è uscito Dellamorte Dellamore. Dopo l’exploit iniziato dal genio di Mario Bava e Riccardo Freda e proseguito da altri grandi registi (troppi per citare tutti quelli meritevoli di menzione), nel finire del secolo la produzione cinematografica di genere era ormai svanita. I grandi registi dei decenni precedenti erano impegnati in produzioni perlopiù televisive: Lucio Fulci e Umberto Lenzi collaboravano con Reteitalia (Mediaset) per la produzione di Le case maledette (1989), una serie di film di poco successo e relativa qualità (considerato il budget risicato e tutte le difficoltà produttive del caso). Lamberto Bava dopo le grandi speranze degli esordi (da Macabro al suo capolavoro Demoni) sta lavorando alla produzione televisiva fantasy di successo Fantaghirò, sicuramente un cult per molti amanti, ma decisamente distante dagli eccezionali film thriller/horror del figlio d’arte.
L’unico sussulto è portato da un regista che dopo tanta gavetta come attore, collaboratore e tuttofare nei set ha esordito alla regia nel 1987 con Deliria, uno splendido slasher prodotto da Aristide Massaccesi (aka Joe D’Amato) una delle figure più creative all’interno del cinema di genere nostrano. Successivamente prodotto da Dario Argento (come già Bava jr. in precedenza) Michele Soavi firma due degli horror tra i più riusciti di quegli anni: La chiesa (1989) e La setta (1991). Eccoci arrivati nel 1994, dove il Nostro, decide di realizzare un film che è entrato di diritto nell’immaginario collettivo (soprattutto al di fuori del nostro Paese, come spesso accade). Il suo più grande successo (non al botteghino, ma di riconoscenza) che coincide anche con il suo essersi estraniato da un certo tipo di cinema, che probabilmente lo ha fatto fuori (Soavi si è trasferito nelle produzioni televisive targate Mediaset) e che sicuramente è svanito dopo Dellamorte Dellamore. Tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi, precursore di ciò che sarà l’opera più importante dello scrittore: il fumetto di Dylan Dog, il film di Soavi è un contenitore di invenzioni, è la dimostrazione di tutta la capacità creativa del regista sia di adattare gli scritti di Sclavi, che di mettere in scena sequenze in perfetto equilibro tra il grottesco e l’horror, equilibro che verrà meno nella scrittura, spesso sfilacciata e poco messa a fuoco, ma che probabilmente innalza ancor di più l’amore per una pellicola che vive delle sue imprecisioni.
La forza di Dellamorte Dellamore è nelle scelte del regista e nella sua immaginazione. Le scelte riguardano anzitutto l’utilizzo dei corpi: iconico quello di Rupert Everett nel ruolo di Francesco, il nostro protagonista custode del cimitero di Buffalora (un fittizio paesino padano) alle prese sia con l’epidemia zombie (o meglio ritornanti) che con la sua psiche sempre più a repentaglio. Passando per il corpo di François Hadji-Lazaro capace di mettere in scena Gnaghi, l’aiutante disabile (nel film viene usato un altro termine per descriverlo) che pronuncia una sola parola: Gnaghi appunto. Arrivando all’oggetto del desiderio sia di Francesco che degli spettatori del film: quella Anna Falchi che in Dellamorte Dellamore è presente per mostrare e per rendere iconica una sequenza carnale entrata nelle fantasie del pubblico (perché una volta il nostro cinema faceva anche questo, attizzava). L’immaginazione è la fondamenta di Dellamorte Dellamore, che in mano a qualsiasi altro regista sarebbe risultata facilmente un’opera posticcia, fuori con i tempi, un delirio fine a se stesso, mentre diretta da Michele Soavi la pellicola riesce perfettamente nei suoi intenti: quelli di essere un film capace di divertire e trasportare lo spettatore all’interno non soltanto di Buffalora, ma anche nella testa di Francesco, in una escalation di follia narrativa e fantasia visiva.
Dellamorte Dellamore compie trant’anni e ritorna nelle sale, a noi tocca riempirle per ricordarci la nostra ultima grande immaginazione, il nostro ultimo vero cult.