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DIE MY LOVE

RECENSIONE

DIE MY LOVE - LA DONNA AL LIMITAR DEL BOSCO

“Attraverso le pagine di questo libro si è insinuata una creatura mostruosa che è al contempo giovane e vecchia, figlia e madre, ed è inestricabilmente avvinta ai fili del sesso, della nascita e della morte; per molti di noi è stata il primo mostro che abbiamo incontrato: la strega. La minaccia primordiale di cui si parla nei miti più antichi è una donna che vive ai margini della civilizzazione, rifiutata dalla propria comunità: una donna che è vecchia, brutta e asessuata, ma anche troppo bella, sensuale e padrona di sé; una donna che conosce cose che altri non sanno, che fa cose che altri non osano.”

Per comprendere fino in fondo Die My Love di Lynne Ramsay, è utile richiamare il testo Il mostruoso femminile di Jude Ellison S. Doyle, saggio fondamentale della teoria di genere contemporanea. Ramsay sembra infatti tradurre cinematograficamente il pensiero di Doyle, intrecciando la propria poetica con l’archetipo orrorifico delineato dall’autrice e affondando il suo cinema nelle radici profonde di quella mostruosità.
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La figura della “madre/strega” trova in Die My Love il suo corpo e il suo volto in Jennifer Lawrence, un’attrice che da sempre abita questo immaginario. Fin dal ruolo che l’ha resa iconica — Katniss Everdeen — Lawrence incarna una femminilità liminale, sospesa tra vulnerabilità e ferocia (basti ricordare l’ultima inquadratura della saga, che racchiude in sé maternità, trauma e rinascita). Questo percorso la conduce naturalmente fino al caos cosmico di Mother! di Aronofsky, dove non è lei a impazzire, ma è il mondo intero a deformarsi.
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In Die My Love, invece, la madre interpretata da Lawrence è una figura che entra in contatto con una parte di sé più primordiale e inaccettabile, una forza che la società cerca di espellere. Strappata dal mondo, isolata “al limitar del bosco” (per citare Doyle) e portata in quello spazio-marginale da un intensissimo Robert Pattinson, la protagonista viene consegnata a un territorio dove l’ordine sociale non esiste più: resta solo il suo corpo, la natura, la violenza, l’istinto e il sesso. In quel margine selvatico la sua natura esplode, libera da ogni razionalità, restituendo al femminile la sua dimensione più oscura, l’unica che riesce ad abitare.

“Una forza della natura, ma è solo natura, una pura estensione delle proprie pulsioni biologiche priva di razionalità.”

La depressione post-partum nel film della Ramsay diviene solo il primo tassello di un puzzle più vasto: una delle ombre della psicologia femminile che si fa sempre più densa e che, come sottolineato, affonda le sue radici negli archetipi orrorifici che attraversano la nostra cultura.
​E la regia di Ramsay abita perfettamente questo limbo costante tra orrore e realismo attraverso scelte formali spiazzanti: veri e propri jumpscare generati da stacchi di montaggio violenti, che ci catapultano dal silenzio al caos, immergendoci nella mente frantumata della protagonista. È forse questo l’aspetto più “antipatico” del film per molti spettatori: Die My Love non offre un viaggio tradizionale né una struttura rassicurante. È invece un movimento circolare, un loop di impulsi e convulsioni emotive che appartengono tanto alla protagonista quanto (registicamente) alla stessa Ramsay. Le scene “vomitate” una dopo l’altra sembrano frammentate, disordinate, caotiche, esagerate, ripetitive, ridondanti — ma proprio per questo così incendiarie, così vive.

Lynne Ramsay non realizza un film “giusto”: Die My Love è eccessivo in tutto, nel simbolismo come nella ripetizione, ma lo è con un’ostinata onestà, con una coerenza feroce che nasce da una vitalità e da una rabbia impossibili da placare. È un cinema che sanguina da tutte le parti, che eccede perché deve farlo, perché qualunque forma di misura tradirebbe il film stesso.
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Di Simona Rurale
28/11/2025

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