DIECI CAPODANNI - SU RAI PLAY LA RELAZIONE
PIÙ STRUGGENTE DEGLI ULTIMI ANNI
Sembra quasi che Rodrigo Sorogoyen, Sara Cano e Paula Fabra abbiano appreso gli insegnamenti di Richard Linklater su come si crea un racconto mettendo in rapporto una coppia con lo scorrere del tempo. E, non a caso, hanno creato la miglior narrazione relazionale dai tempi di quello tra Jesse e Céline all’interno della fondamentale trilogia partita con Prima dell’alba (1995) e conclusa diciotto anni dopo con Before Midnight (2013).
Perché da quando la barista Ana (Iria del Rio) offre da bere ad un ragazzo visibilmente giù di morale di nome Óscar (Francesco Carrill), al termine della serie in cui (senza fare spoiler) ci sarà una sorta di risoluzione del loro rapporto; saranno passati dieci anni, raccontati attraverso dieci capodanni: uno per episodio.
In maniera meno radicale dell’operazione dilatata realmente nel tempo (non soltanto cinematografico ma anche extra-diegetico) di Linklater, i tre ideatori di Dieci capodanni riescono, attraverso la frammentazione lineare degli eventi, a far crescere lo spettatore insieme ai protagonisti, a farlo essere emotivamente rapito dagli avvenimenti, nonostante gran parte di essi non vengano messi in scena. Ed è proprio questa la forza di una delle serie europee più belle degli ultimi anni, disponibile interamente dal 7 febbraio su Rai Play.
Che Rodrigo Sorogoyen fosse un maestro di regia non c’era da scoprirlo, capace di mettere in scena thriller mozzafiato che variano dal classico poliziesco (tra i migliori usciti negli ultimi 15 anni) di Che Dio ci perdoni (2016) agli intrighi politici di Il regno (2018), arrivando all’ultima grandiosa fatica cinematografica del regista madrileno: As Bestas (2022) in cui un colto francese che ha voglia di cambiare vita, deve vedersela con degli ostili montagnoli, in un raggelante conflitto che analizzava colonizzatori e colonizzati. Conflitti relazionali che erano alla base di Stockholm (2013) esordio del regista, dove l’incontro notturno tra un ragazzo e una ragazza porterà a false speranze dopo che era scattata la scintilla dalla durata di una sola notte.
Perché da quando la barista Ana (Iria del Rio) offre da bere ad un ragazzo visibilmente giù di morale di nome Óscar (Francesco Carrill), al termine della serie in cui (senza fare spoiler) ci sarà una sorta di risoluzione del loro rapporto; saranno passati dieci anni, raccontati attraverso dieci capodanni: uno per episodio.
In maniera meno radicale dell’operazione dilatata realmente nel tempo (non soltanto cinematografico ma anche extra-diegetico) di Linklater, i tre ideatori di Dieci capodanni riescono, attraverso la frammentazione lineare degli eventi, a far crescere lo spettatore insieme ai protagonisti, a farlo essere emotivamente rapito dagli avvenimenti, nonostante gran parte di essi non vengano messi in scena. Ed è proprio questa la forza di una delle serie europee più belle degli ultimi anni, disponibile interamente dal 7 febbraio su Rai Play.
Che Rodrigo Sorogoyen fosse un maestro di regia non c’era da scoprirlo, capace di mettere in scena thriller mozzafiato che variano dal classico poliziesco (tra i migliori usciti negli ultimi 15 anni) di Che Dio ci perdoni (2016) agli intrighi politici di Il regno (2018), arrivando all’ultima grandiosa fatica cinematografica del regista madrileno: As Bestas (2022) in cui un colto francese che ha voglia di cambiare vita, deve vedersela con degli ostili montagnoli, in un raggelante conflitto che analizzava colonizzatori e colonizzati. Conflitti relazionali che erano alla base di Stockholm (2013) esordio del regista, dove l’incontro notturno tra un ragazzo e una ragazza porterà a false speranze dopo che era scattata la scintilla dalla durata di una sola notte.
Molto meno grezzo e sicuramente più maturo, Dieci capodanni si innesta nel percorso iniziato da Sorogoyen proprio con Stockholm, dove l’intimità personale fa da padrone nel racconto, che non si perde mai in troppe divagazioni di cosa sta accadendo al resto del mondo (nemmeno nell’episodio in cui è presente la pandemia). Il tempo che interessa allo spettatore è quello di Ana e Óscar, con chi stanno di anno in anno, cosa fanno della loro vita, cosa gli è successo in quei 364 giorni dell’anno che non vengono messi in scena, e a cosa fantasticano durante quel giorno in cui vediamo eccezionali sequenze dove le persone che circondano Ana e Óscar rompono la quarta parete sorridendo allo spettatore, mentre i due ipotizzano cosa provano. Esattamente come allo spettatore interessava cosa fosse successo in quei nove anni di stacco tra un film e l’altro nel rapporto tra Jesse e Céline in Linklater: una formula vincente, capace mettere in rapporto perfettamente l’emotività dello spettatore con lo scorrere del tempo.
Rodrigo Sorogoyen ha diretto 4 episodi della serie (episodi: 1,5,7 e 9), il resto delle puntate sono state dirette da due registi capaci di non sfigurare di fronte alla grandezza tecnica di uno dei maggiori autori spagnoli moderni: vanno fatti i complimenti a Sandra Romero Acevedo (classe 1993) che ha diretto gli episodi dal 2 al 4 e a David Martin de los Santos (episodi 6,8 e 9), e vanno ricordate le co-creatrici della serie che hanno collaborato con Sorogoyen: Sara Cano e Paula Fabra, perché se Dieci capodanni riesce ad essere così impattante e a colpire nel segno è merito di un grande lavoro d’équipe, formato da un affermato regista e da giovani promesse della cinematografia spagnola.
Di Saverio Lunare
Rodrigo Sorogoyen ha diretto 4 episodi della serie (episodi: 1,5,7 e 9), il resto delle puntate sono state dirette da due registi capaci di non sfigurare di fronte alla grandezza tecnica di uno dei maggiori autori spagnoli moderni: vanno fatti i complimenti a Sandra Romero Acevedo (classe 1993) che ha diretto gli episodi dal 2 al 4 e a David Martin de los Santos (episodi 6,8 e 9), e vanno ricordate le co-creatrici della serie che hanno collaborato con Sorogoyen: Sara Cano e Paula Fabra, perché se Dieci capodanni riesce ad essere così impattante e a colpire nel segno è merito di un grande lavoro d’équipe, formato da un affermato regista e da giovani promesse della cinematografia spagnola.
Di Saverio Lunare