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DISCLOSURE DAY

RECENSIONE

DISCLOSURE DAY - INCONTRI RAVVICINATI CON UN'INSOSPETTABILE MEDIOCRITÀ CINEMATOGRAFICA

​Dopo aver realizzato The Fabelmans, il quasi obbligato film spartiacque nella carriera di un regista, quello sulla sua infanzia e sui suoi ricordi, Steven Spielberg torna al genere per cui è rinomato in tutto il mondo, la fantascienza extra-terrestre.

Nel 1977, dopo aver inventato il moderno blockbuster con Lo squalo, Steven Spielberg dirige Incontri ravvicinati del terzo tipo, un capolavoro che fonde il meta cinema all’ignoto, pervaso dall’ingrediente che da sempre ha scandito il cinema spielberghiano: la meraviglia. Cinque anni dopo, è la volta di E.T. l’extra-terrestre, tra i più grandi successi al botteghino di sempre, divenuto immediatamente iconico all’interno della percezione visiva che il pubblico ha degli alieni.

Con Disclosure Day, il nuovo film del regista e produttore più famoso di Hollywood, si ritorna a respirare l’aria del grande racconto con protagonisti destini che vanno oltre il singolo, dinamiche che riguardano la collettività e segreti che sconvolgeranno e ribalteranno la concezione che l’essere umano ha del proprio ruolo nell’universo. Segreti che riguardano l’esistenza degli extra-terrestri e il contatto avvenuto nel corso del ‘900 tra gli umani e le forme di vita aliene. Queste prove sono contenute in file video rubati da Daniel Kellner (Josh O’Connor) genio dell’informatica assoldato dalla Wardex Corporation — un’agenzia segreta che collabora con gli Stati Uniti d’America con il compito di tenere nascosti questi dati — e che adesso fa parte di un gruppo di ribelli ex-dipendenti dell’agenzia volenterosi di far scoprire a tutti la verità. Parallelamente, la meteorologa di Kansas City Margaret Fairchild (Emily Blunt) inizia a possedere capacità psicofisiche paranormali, tra cui quella di leggere nella mente delle persone e di comunicare attraverso differenti lingue. Presto il destino dei due si incrocerà e il futuro di un’umanità alle soglie del terzo conflitto globale cambierà per sempre
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​Se è presente una certezza quando si va al cinema a vedere un film diretto da Steven Spielberg, quella è di godere di un’esperienza cinematografica totale; elemento che ha ampliato e non poco il romanticismo spielberghiano da parte della concezione del pubblico negli ultimi anni. Con l’ampliarsi delle piattaforme streaming, e a seguito della pandemia che ci ha precluso l’esperienza della sala, la figura del regista ha assunto una dimensione quasi mistica. Il passato da fagocitatore del cinema statunitense ha lasciato spazio a un presente in cui il regista è il simbolo dell’immaginario cinematografico.

Questa certezza viene messa fortemente a repentaglio durante la visione di Disclosure Day, in cui la solita maestria di Spielberg subisce un importante ridimensionamento, con una gestione registica raramente così poco ispirata, priva di momenti vibranti e con un’invasiva presenza della macchina da presa. La sceneggiatura di David Koepp — da soggetto di Steven Spielberg — non aiuta, strutturando il plot cospirazionista attraverso blande dinamiche action, percorsi narrativi alternati che confluiscono e che strizzano l’occhio alle dinamiche della serialità televisiva, e una gestione pessima dei personaggi secondari, che entrano e escono dalla narrazione in base alle necessità della sceneggiatura.

Emblematica della limitata ispirazione registica da parte di Spielberg è la sequenza del treno, vera e propria ossessione autoriale da quando il regista fu folgorato in tenera età dalla visione di una sequenza diretta da Cecil B. DeMille, ma che qui è ai minimi storici per costruzione della tensione e meraviglia visiva.

Non basta il vibrante — almeno quello sì — finale, in cui a esplodere è il significato che Spielberg dà all’extra-terrestre, simbolo politico e religioso di un coinvolgimento empatico tra gli esseri umani; unica via d’uscita rispetto all’apocalisse in cui ci stiamo dirigendo. Quando andiamo al cinema a vedere un film diretto da Steven Spielberg, non possiamo accontentarci dei concetti e delle intenzioni autoriali positive. È impossibile non esigere anche, e soprattutto, una grande gestione dell’impostazione visiva e narrativa della pellicola, in cui l’invisibilità della macchina da presa — elemento che da sempre è stato fondamentale per il raggiungimento della grandezza tecnica del regista — non lasci spazio all’onnipresenza del virtuosistico artificio fine a se stesso.
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Di Saverio Lunare
12/06/2026

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