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DRACULA

RECENSIONE

DRACULA - I SANTI NON ESISTONO

​“Dalla volgare mente di Radu Jude”: è stato presentato così il primo Dracula diretto da un regista romeno. A realizzarlo non è un regista come gli altri; è uno dei più folli, anarchici, freschi, ironici cineasti appartenenti a una cinematografia che ha avuto un exploit all’inizio degli anni 2000, grazie a talentuosi autori come Cristian Mungiu, Cristi Puiu, Călin Peter Netzer e l’irresistibile Radu Jude. Se ne sono accorti anche i Festival, che non hanno perso tempo a premiare le pellicole di questa nuova ondata artistica proveniente dall’Est-Europa.

Radu Jude è stato premiato con l’Orso d’oro alla Berlinale del 2021 per il suo Sesso sfortunato o follie porno. Da quel momento il regista ha realizzato tre pellicole di finzione, con il buon successo di critica — e per la prima volta un discreto responso del pubblico — per Do Not Expect Too Much from the End of the World, una sagace, libera e dissacrante analisi del cinico capitalismo contemporaneo.

Era solo questione di tempo prima che il regista toccasse uno dei capisaldi delle narrazioni riguardanti il suo Paese: quel Dracula creato dalla penna di un irlandese, ampliato attraverso un film di un tedesco, reso sexy dagli inglesi e celebrato dal cinema hollywoodiano.
Non il vostro canonico film sul conte Vlad; il Dracula di Radu Jude massacra la concezione che abbiamo del mito, umilia la santificazione che si fa di un testo, rendendolo un oggetto fieramente anarchico, blasfemo nella sua concezione più ampia. Perché per Radu Jude non esistono santi, né in paradiso, né su pellicola; non esistono santi sulle pagine di un libro e soprattutto non esistono santi nel folklore, specialmente se quelle narrazioni riguardanti la Romania sono state create da altri.
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Ed è così che Dracula diventa un Frankenstein. Una storia portante, con la fuga di due squattrinati teatranti denominati Vampira e Dracula, viene intervallata da segmenti che attraversano stili e generi narrativi — dal melodramma al film sociale, dal cinema muto al porno — ribaltando il mito, dissacrando, come sempre con Jude, la nostra società e i paletti — non soltanto quelli da infilzare nel petto della creatura — imposti nella consueta concezione di cinema, racconto e messa in scena.

Dato che nulla si santifica, ma tutto si distrugge, ecco che l’IA — il demone da combattere per salvaguardare la purezza dell’arte e bla bla bla — diventa protagonista narrativo di Dracula, creando dei mostri dalle orribili fattezze e dialogando con il nostro fittizio regista diegetico per la — finta — creazione di quei folli viaggi cinematografici in cui le macchine sfrecciano nei film in costume.

Perché per fare grande cinema a volte c’è bisogno della blasfemia artistica, e dunque lunga vita a Radu Jude, lunga vita al cinema che se ne frega, che insulta, massacra, sconvolge; lunga vita al Dracula fatto dal regista romeno più folle di tutti.
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Di Saverio Lunare
09/05/2026

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