DRAGON TRAINER - LA RAGION D'ESISTERE DEL LIVE ACTION DREAMWORKS
Può un film di grande fattura rimanere grande dopo una trasposizione pressoché invariata? Può una copia-carbone avere comunque senso di esistere per via dei temi che tratta rispetto alla contemporaneità?
I live action si sa, non sono fatti per avere un “senso” piuttosto sono pensati per capitalizzare sul senso già esistente, ridare al pubblico il pasto già mangiato e digerito e farlo emozionare per questo. Nel 2023 è stato annunciato che anche Dragon Trainer avrebbe ricevuto il suo remake, facendo salire la Dreamworks sul treno dei live action, dopo i vari insuccessi e le varie stroncature dei prodotti Disney.
Va sottolineato come l’adattare un film uscito “solo” quindici anni fa possa rivelarsi una scelta, da un lato rassicurante: i fan della saga saranno freschi e in prima linea per vederlo. Dall’altro lato, è una mossa strategica. Dragon Trainer, infatti, parla ancora al pubblico di oggi: è una storia di guerra e riconciliazione, di intolleranza e comprensione, di classi sociali e razzismo — temi universali e attuali ora come qualche anno fa naturalmente. Un impianto narrativo che ha un impatto ben diverso rispetto a certe trasposizioni di fiabe scritte negli anni ’30, spesso distanti dalla sensibilità moderna e protagoniste, non a caso, di numerosi flop nel recente filone dei remake Disney.
Se poi l’idea è quella di richiamare lo stesso regista (Dean DeBlois) del film d’animazione — cosa mai successa prima in un live action — allora la probabilità che non ci si sbilanci e si mantenga la stessa identica linea, le stesse identiche intenzioni con lo stesso identico registro stilistico (vincenti già all’epoca), diventa altissima: un’operazione più di riproduzione che di reinvenzione, dove il rischio creativo viene quasi del tutto azzerato in favore della fedeltà e del riconoscimento emotivo da parte dello spettatore più nostalgico.
I live action si sa, non sono fatti per avere un “senso” piuttosto sono pensati per capitalizzare sul senso già esistente, ridare al pubblico il pasto già mangiato e digerito e farlo emozionare per questo. Nel 2023 è stato annunciato che anche Dragon Trainer avrebbe ricevuto il suo remake, facendo salire la Dreamworks sul treno dei live action, dopo i vari insuccessi e le varie stroncature dei prodotti Disney.
Va sottolineato come l’adattare un film uscito “solo” quindici anni fa possa rivelarsi una scelta, da un lato rassicurante: i fan della saga saranno freschi e in prima linea per vederlo. Dall’altro lato, è una mossa strategica. Dragon Trainer, infatti, parla ancora al pubblico di oggi: è una storia di guerra e riconciliazione, di intolleranza e comprensione, di classi sociali e razzismo — temi universali e attuali ora come qualche anno fa naturalmente. Un impianto narrativo che ha un impatto ben diverso rispetto a certe trasposizioni di fiabe scritte negli anni ’30, spesso distanti dalla sensibilità moderna e protagoniste, non a caso, di numerosi flop nel recente filone dei remake Disney.
Se poi l’idea è quella di richiamare lo stesso regista (Dean DeBlois) del film d’animazione — cosa mai successa prima in un live action — allora la probabilità che non ci si sbilanci e si mantenga la stessa identica linea, le stesse identiche intenzioni con lo stesso identico registro stilistico (vincenti già all’epoca), diventa altissima: un’operazione più di riproduzione che di reinvenzione, dove il rischio creativo viene quasi del tutto azzerato in favore della fedeltà e del riconoscimento emotivo da parte dello spettatore più nostalgico.
Nonostante una durata più estesa rispetto all’originale, Dragon Trainer del 2025 non offre scene extra, ma piuttosto spettacolarizza e adatta al nuovo stile la vecchia versione, aggiungendo 25 minuti più o meno invisibili che non si avvertono come un’espansione narrativa, quanto piuttosto come un inevitabile effetto collaterale del passaggio dal disegno animato al realismo cinematografico: tempi più distesi, scene visivamente più dense, inquadrature pensate per valorizzare ambienti e creature in carne e ossa. Dal passaggio, inoltre, si evidenzia come quei corpi buffi e caricaturali ovviamente vengano a meno per lasciare spazio alla fedeltà del realismo e a fisicità più realistiche, compromessi tecnici comprensibili che ovviamente riducono l’impatto emotivo.
Ma quindi la grande domanda è: ha senso riproporre Dragon Trainer nel 2025? Assodato che per la Dreamworks il senso è solo il capitale che genererà, paradossalmente, questo potrebbe essere uno dei pochi live action che oggi, sul piano culturale e per il pubblico di giovani del contemporaneo, ha davvero una sua ragion d’essere. Il sottotesto politico infatti, forse emerge in modo più esplicito allo spettatore di oggi rispetto a quello di 15 anni fa.
Tra le pochissime sfumature nuove introdotte in questa versione, il regista sceglie di dare maggiore rilievo alla posizione di Hiccup come figura privilegiata all'interno del villaggio: è il figlio del capo, e questo significa che, a differenza dei suoi coetanei, non deve dimostrare nulla per mantenere il suo status. Anche se non eccelle, anche se non è all’altezza delle aspettative, la sua posizione resta intoccabile. I suoi compagni, invece, sono costretti a lottare e a faticare per raggiungere il posto che a lui è garantito per diritto di nascita. In questa dinamica, Hiccup non è solo l’outsider sensibile: è anche, e soprattutto, colui che sta al vertice del sistema — e proprio per questo, è l’unico che ha il potere concreto di mettere in discussione le regole, perché può permetterselo. Può permettersi di immaginare un nuovo mondo, dove le guerre dei padri non sono le guerre dei figli.
Ma quindi la grande domanda è: ha senso riproporre Dragon Trainer nel 2025? Assodato che per la Dreamworks il senso è solo il capitale che genererà, paradossalmente, questo potrebbe essere uno dei pochi live action che oggi, sul piano culturale e per il pubblico di giovani del contemporaneo, ha davvero una sua ragion d’essere. Il sottotesto politico infatti, forse emerge in modo più esplicito allo spettatore di oggi rispetto a quello di 15 anni fa.
Tra le pochissime sfumature nuove introdotte in questa versione, il regista sceglie di dare maggiore rilievo alla posizione di Hiccup come figura privilegiata all'interno del villaggio: è il figlio del capo, e questo significa che, a differenza dei suoi coetanei, non deve dimostrare nulla per mantenere il suo status. Anche se non eccelle, anche se non è all’altezza delle aspettative, la sua posizione resta intoccabile. I suoi compagni, invece, sono costretti a lottare e a faticare per raggiungere il posto che a lui è garantito per diritto di nascita. In questa dinamica, Hiccup non è solo l’outsider sensibile: è anche, e soprattutto, colui che sta al vertice del sistema — e proprio per questo, è l’unico che ha il potere concreto di mettere in discussione le regole, perché può permetterselo. Può permettersi di immaginare un nuovo mondo, dove le guerre dei padri non sono le guerre dei figli.
Di Simona Rurale
17/06/2025