DREAMS - UN FILM SUI SOGNI
CHE METTE IN SCENA LA REALTÀ
Nel cinema di Dag Johan Haugerud si parla di sesso, senza che esso venga mai messo in scena. O almeno, non nei suoi Dreams e Love (visto in anteprima all’ultima edizione del Festival del cinema di Venezia e che in realtà una sequenza di sesso c’è, ma è volutamente veloce, priva di pathos e coinvolgimento), i due film che abbiamo visto del regista norvegese e che fanno parte della trilogia ideologica con Sex, che uscirà nelle sale italiane il 15 maggio. Cronologicamente Dreams è l’ultimo capitolo della trilogia diretta da Haugerud, ma è il primo ad avere una distribuzione nelle sale italiane, subito dopo il trionfo della pellicola a Berlino con la vittoria dell’Orso d’oro.
In Dreams, Haugerud decide di mettere in scena il desiderio sessuale attraverso una profonda ricercatezza di realismo comportamentale. Nella protagonista Johanne - nelle sue pulsioni derivate dall’infatuazione, della sua voglia di scoprire di più sul proprio corpo e di provare una sensazione provata prima soltanto leggendo un libro - ci siamo passati tutti ogni volta che desideriamo un soggetto.
Quando la giovane Johanne (Ella Øverbye) si innamora della sua insegnate non saprà più placare il proprio desiderio e cercherà in tutti i modi di relazionarsi con lei. Tra fantasia e realtà, la ragazza deciderà di scrivere un racconto sulla sua esperienza, racconto dalle forti potenzialità editoriali e a detta della nonna e della madre di Johanne capace di far dimenticare che chi lo ha scritto ha soltanto 17 anni e fa parte del proprio nucleo familiare.
In Dreams, Haugerud decide di mettere in scena il desiderio sessuale attraverso una profonda ricercatezza di realismo comportamentale. Nella protagonista Johanne - nelle sue pulsioni derivate dall’infatuazione, della sua voglia di scoprire di più sul proprio corpo e di provare una sensazione provata prima soltanto leggendo un libro - ci siamo passati tutti ogni volta che desideriamo un soggetto.
Quando la giovane Johanne (Ella Øverbye) si innamora della sua insegnate non saprà più placare il proprio desiderio e cercherà in tutti i modi di relazionarsi con lei. Tra fantasia e realtà, la ragazza deciderà di scrivere un racconto sulla sua esperienza, racconto dalle forti potenzialità editoriali e a detta della nonna e della madre di Johanne capace di far dimenticare che chi lo ha scritto ha soltanto 17 anni e fa parte del proprio nucleo familiare.
Il sogno rappresentato attraverso ciò che si prova durante il sogno (anche, e soprattutto, ad occhi aperti) ma che non mostra mai quella determinata proiezione fantasiosa. Quello che il regista mostra e racconta sono le sensazioni reali che chi proietta quelle fantasie percepisce. L’esempio più emblematico è dato dal senso di calore che si prova nella casa del proprio oggetto del desiderio quando lo si ama contrapposto all’asetticità e alla freddezza che la stessa identica casa trasmette quando quell’oggetto del desiderio spezza il sogno; il tutto, sempre e strettamente legato alla realtà sensazionale e mai al semplice e irreale desiderio. La fantasia è presente nel film di Haugerud soltanto attraverso il racconto nel racconto: quello realizzato da Johanne e che tutti intorno alla ragazza definiscono estremamente descrittivo dal punto di vista sessuale, nonostante il rapporto tra Johanne e Johanna (l’insegnante della ragazza, quasi omonima) non sia mai sbocciato in un atto carnale. Un’affascinante teorizzazione del processo artistico alla base di un prodotto culturale (che sia un libro o un film) e che aggiunge una sfumatura ad una pellicola già di per sé ricca di interessanti strati di lettura: quanto un prodotto è frutto della realtà o della fantasia di chi lo realizza? Anche se quel prodotto sembra così personale, dettagliato e descrittivo, fa parte obbligatoriamente del vissuto di chi lo crea?
Dan Johan Haugerud si dimostra un regista capace di saper strutturare i propri film in maniera originale e in Dreams, ancor più che nel precedente Love, riesce nell’impresa di realizzare un film basato sulla parola, ma senza che essa sia fine a sé stessa. La parola nel cinema di Haugerud è significativa, riesce a rappresentare cose che il regista decide di non mostrare e non per una mancata creatività visiva (il sospetto con Love era quello), ma piuttosto per un’affascinante scelta di raccontare e parlare del desiderio senza mai metterlo in scena.
Di Saverio Lunare
Dan Johan Haugerud si dimostra un regista capace di saper strutturare i propri film in maniera originale e in Dreams, ancor più che nel precedente Love, riesce nell’impresa di realizzare un film basato sulla parola, ma senza che essa sia fine a sé stessa. La parola nel cinema di Haugerud è significativa, riesce a rappresentare cose che il regista decide di non mostrare e non per una mancata creatività visiva (il sospetto con Love era quello), ma piuttosto per un’affascinante scelta di raccontare e parlare del desiderio senza mai metterlo in scena.
Di Saverio Lunare