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DUE PROCURATORI

RECENSIONE

DUE PROCURATORI - IL MECCANISMO KAFKIANO DEL POTERE

​Siamo nel 1937, al culmine del terrore staliniano. È la stagione delle grandi purghe, delle confessioni estorte e delle epurazioni interne al Partito; la macchina repressiva dello Stato procede con metodo e il diritto smette di essere garanzia per farsi strumento di annientamento politico. Il giovane procuratore Korneev (Aleksandr Kuznetsov) si scontra con la burocrazia sovietica in Due procuratori, l’ultimo film del regista ucraino Sergei Loznitsa, ispirato al racconto autobiografico di Georgij Demidov e presentato al 78° Festival di Cannes.

Dietro pesanti portoni in ferro, attraverso rampe di scale immerse nella penombra e lungo i corridoi claustrofobici del centro di detenzione di Brjansk aleggia un’atmosfera kafkiana. Dopo appena tre mesi dal conseguimento della laurea in giurisprudenza, un procuratore ancora idealista —drammaticamente ingenuo — entra in conflitto con le contraddizioni strutturali della giustizia. Le suggestioni dello scrittore boemo sono evidenti nel modo in cui il protagonista subisce tempi d’attesa apparentemente immotivati (significativa la presenza costante degli orologi nell’inquadratura: il tempo burocratico si trasforma in arma).

Viene rimandato da un ufficio all’altro, sembra porre sempre la domanda sbagliata e nessuno vuole indicargli la direzione per l’ufficio del procuratore generale poiché dovrebbe già conoscerla. In una scena, un uomo fermo dinanzi a un busto di Lenin gli domanda, con lo sguardo perso nel vuoto, dove sia l’uscita, evocando gli inestricabili labirinti burocratici de Il processo.

Ma il regista non si limita a evocare Kafka sul piano narrativo: lo formalizza attraverso la messa in scena. La giustizia si configura come un potere opaco, inintelligibile, che non si lascia guardare in faccia. Nelle sequenze cardine del film — i colloqui con il direttore del penitenziario e con il procuratore generale — la disposizione scenica traduce visivamente l’asimmetria del potere: la sedia del protagonista è posta perpendicolarmente a quella dell’interlocutore, interrompendo la linearità dello sguardo e negando la frontalità. Il potere non ammette un confronto diretto ma si impone di lato, sottraendosi alla reciprocità visiva. Il dialogo paritario è già annullato dalla geometria dell’inquadratura. Così lo spazio stesso diventa dispositivo di dominio.
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In questo opprimente incubo amministrativo, l’istituzione è un meccanismo che divora Korneev. Non a caso, la pellicola si conclude come si era aperta: con il cancello del centro di detenzione che si spalanca per poi richiudersi. Il procuratore varca per la prima volta la soglia per svolgere il suo incarico; la seconda vi rientra come prigioniero politico. La prima volta entra per esercitare la legge; la seconda, da vittima della stessa legge. L’onestà e la rettitudine non trovano spazio nelle istituzioni sovietiche, che fagocitano sistematicamente chi non si piega al regime.

«Esiste una procedura», afferma il procuratore nel viaggio di ritorno a Brjansk, nel vagone del treno insieme a due uomini evidentemente incaricati di “liquidarlo”. Ma dal suo tono di voce, basso e incerto, intuiamo la frattura: forse la sua fede nella giustizia ha cominciato a incrinarsi.

L’indagine di Loznitsa non si concentra sull’eroismo di un individuo, ma sui meccanismi del regime staliniano. Un potere non incarnato da un singolo antagonista ma diffuso, impersonale, amministrativo. Il silenziamento del procuratore non nasce dall’arbitrio, da un gesto criminale isolato, ma dall’applicazione di una procedura inscritta nelle strutture dello Stato. È forse questo l’elemento più inquietante — e attuale. Loznitsa evita ogni riferimento esplicito alla contemporaneità, ma è difficile non ravvisare delle similitudini tra il regime staliniano e la Russia putiniana. In particolare, nella rappresentazione di un insieme di strumenti legali e giudiziari che costruiscono un sistema strutturato di repressione del dissenso; un esempio recente è il caso emblematico di Alexei Navalny.

In Due procuratori il rigore della composizione e la gestione dei tempi rappresentano il modo in cui il film pensa il potere. Un ritmo inesorabile accompagna lo spettatore attraverso procedure amministrative il cui esito appare fatalmente già scritto. Non vi sono colpi di scena o stravolgimenti narrativi: il tempo non costruisce suspense ma certifica l’inevitabile. La camera è quasi sempre fissa, i tempi dilatati. Due procuratori non ha bisogno di violenza esplicita per stupire lo spettatore: basta una scrivania, una sedia disposta di lato e una porta che si richiude. Non serve altro. Il meccanismo è già in funzione.
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Di Luca Palumbo
20/02/2026

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