EDDINGTON - I FANTASMI DELL'AMERICA CONTEMPORANEA
L’America di Ari Aster non è più solo un trauma da rielaborare. Al suo quarto film dopo Hereditary, Midsommar e Beau ha paura, il regista americano abbandona il genere che lo ha visto nascere, l’horror, ma non l’orrore della società contemporanea e di un’America divisa e insanabile, lanciandosi con Eddington nel suo film più esplicitamente politico, non senza intoppi.
Ambientato nel 2020, nel pieno della pandemia da Covid-19, delle proteste del Black Lives Matter e della campagna per la rielezione di Donald Trump, Eddington è un neo-western satirico e grottesco ambientato in un Nuovo Messico spettrale, dove la popolazione dell’omonima cittadina si prepara all’elezione del nuovo sindaco tra due candidati: Ted Garcia (Pedro Pascal), amministratore responsabile e pro-mascherine, e Joe Cross (Joaquin Phoenix), sceriffo cospirazionista e negazionista, che finisce presto nel tritacarne degli stessi social che vorrebbe usare come arma per la sua propaganda. Non si sopportano, si odiano da anni, e tutta la cittadina è divisa con loro. Sullo sfondo, una galleria di personaggi — ci sono Emma Stone e Austin Butler, ma a spiccare è la Dawn interpretata da Deirdre O’Connell, figura materna petulante e castrante, onnipresente nel cinema di Aster— che affollano un paesaggio umano allo sbando, come fantasmi di un’America ormai incapace di capirsi. La tensione sale in un crescendo sempre più grottesco, e la cittadina si trova presto a essere l’epicentro di un’esplosione di rabbia incontrollabile nata e proliferata online, ma che ha ricadute tragiche nel mondo reale.
Come già in Hereditary e Midsommar, Aster costruisce un microcosmo disfunzionale che riflette un malessere collettivo, guardando questa piccola comunità dall’esterno come fosse un esperimento sociale. La città di Eddington ci viene mostrata per la prima volta come un modellino in miniatura visto da lontano, in cui si ha la costante sensazione di essere osservati, e dove i personaggi sono vittime di un copione oscuro, predestinati alla rovina, marionette controllate da qualcuno. Solo che stavolta l’orrore non viene da demoni o culti pagani, ma da una nazione in preda a una paranoia strisciante e a una frustrazione rabbiosa, dove ogni scusa è buona per innescare un conflitto e deflagrare in ribellioni sia individuali che collettive. L’America non come terra delle opportunità e del sogno americano, ma come un’enorme frattura in cui non si salva nessuno nel momento in cui viene meno la collettività e mancano delle guide solide (e sempre di più stiamo vedendo al cinema un’America fatta di storie dominate da monadi solitarie).
Ambientato nel 2020, nel pieno della pandemia da Covid-19, delle proteste del Black Lives Matter e della campagna per la rielezione di Donald Trump, Eddington è un neo-western satirico e grottesco ambientato in un Nuovo Messico spettrale, dove la popolazione dell’omonima cittadina si prepara all’elezione del nuovo sindaco tra due candidati: Ted Garcia (Pedro Pascal), amministratore responsabile e pro-mascherine, e Joe Cross (Joaquin Phoenix), sceriffo cospirazionista e negazionista, che finisce presto nel tritacarne degli stessi social che vorrebbe usare come arma per la sua propaganda. Non si sopportano, si odiano da anni, e tutta la cittadina è divisa con loro. Sullo sfondo, una galleria di personaggi — ci sono Emma Stone e Austin Butler, ma a spiccare è la Dawn interpretata da Deirdre O’Connell, figura materna petulante e castrante, onnipresente nel cinema di Aster— che affollano un paesaggio umano allo sbando, come fantasmi di un’America ormai incapace di capirsi. La tensione sale in un crescendo sempre più grottesco, e la cittadina si trova presto a essere l’epicentro di un’esplosione di rabbia incontrollabile nata e proliferata online, ma che ha ricadute tragiche nel mondo reale.
Come già in Hereditary e Midsommar, Aster costruisce un microcosmo disfunzionale che riflette un malessere collettivo, guardando questa piccola comunità dall’esterno come fosse un esperimento sociale. La città di Eddington ci viene mostrata per la prima volta come un modellino in miniatura visto da lontano, in cui si ha la costante sensazione di essere osservati, e dove i personaggi sono vittime di un copione oscuro, predestinati alla rovina, marionette controllate da qualcuno. Solo che stavolta l’orrore non viene da demoni o culti pagani, ma da una nazione in preda a una paranoia strisciante e a una frustrazione rabbiosa, dove ogni scusa è buona per innescare un conflitto e deflagrare in ribellioni sia individuali che collettive. L’America non come terra delle opportunità e del sogno americano, ma come un’enorme frattura in cui non si salva nessuno nel momento in cui viene meno la collettività e mancano delle guide solide (e sempre di più stiamo vedendo al cinema un’America fatta di storie dominate da monadi solitarie).
L’orrore è nella polarizzazione, nella paranoia, nella saturazione digitale che appiattisce ogni senso del reale, che Aster mette in scena giocando visivamente con una moltiplicazione di schermi quasi infinita, e con il contrasto tra una cittadina vuota, quasi apocalittica, e la bulimia di contenuti del mondo digitale. Darius Khondji, alla fotografia, usa il widescreen per sottolineare la distanza tra i corpi, il distanziamento (fisico e ideologico) di un paese che non riesce più a dialogare. Il western qui è solo uno strascico, un insieme di codici rimasto nei costumi e nella fotografia di un’America che fu, ma tutto scivola nel grottesco e nella commedia nera, non c’è più traccia di quei valori fondativi e di quei conflitti etici e morali alla base del genere. Il duello non si gioca più con le pistole e gli sguardi silenziosi, ma con un rigetto continuo di parole, insulti, con i telefoni come armi, in cui la reputazione conta più di tutto.
Dopo l’epica alienante di Beau ha paura, non sorprende che Eddington sia anch’esso lungo, divisivo e pieno di contraddizioni. Nel calderone di Aster finisce un po’ di tutto: il COVID, le proteste, le sette religiose, i terroristi, il razzismo, le teorie del complotto, ma sembra tutto una compilation di ciò che abbiamo vissuto in quegli anni, senza una vera posizione politica alle spalle, né alcun tipo di riflessione cinematografica davvero intelligente su di essi. Non è tanto l’America che vive sotto traccia, ma quella che ci viene sbattuta in faccia ogni giorno, in una rappresentazione che deve fare i conti con una realtà che ha forse superato la finzione in quanto a grottesco. In questa satira diluita, ogni tema non trova il suo spazio, e resta scollegato dagli altri, e il film fatica a scegliere che storia vuole raccontare. Il rischio è che la satira si svuoti e la provocazione sia fine a sé stessa, sollevando questioni senza volerle veramente affrontare, o facendolo in maniera confusa.
Eddington è un film ambizioso, potente nella sua volontà di raccontare la decadenza di un’America dilaniata, ma allo stesso tempo incerto nella messa a fuoco del proprio sguardo. Certo, alcuni momenti brillano: come la scena tra Phoenix e Pascal sulle note di Firework di Katy Perry, un crescendo di tensione in cui il film trova una vera energia emotiva, comica e tragica insieme. Se Eddington avesse mantenuto quel tono, forse staremmo parlando di un’opera molto più riuscita
Dopo l’epica alienante di Beau ha paura, non sorprende che Eddington sia anch’esso lungo, divisivo e pieno di contraddizioni. Nel calderone di Aster finisce un po’ di tutto: il COVID, le proteste, le sette religiose, i terroristi, il razzismo, le teorie del complotto, ma sembra tutto una compilation di ciò che abbiamo vissuto in quegli anni, senza una vera posizione politica alle spalle, né alcun tipo di riflessione cinematografica davvero intelligente su di essi. Non è tanto l’America che vive sotto traccia, ma quella che ci viene sbattuta in faccia ogni giorno, in una rappresentazione che deve fare i conti con una realtà che ha forse superato la finzione in quanto a grottesco. In questa satira diluita, ogni tema non trova il suo spazio, e resta scollegato dagli altri, e il film fatica a scegliere che storia vuole raccontare. Il rischio è che la satira si svuoti e la provocazione sia fine a sé stessa, sollevando questioni senza volerle veramente affrontare, o facendolo in maniera confusa.
Eddington è un film ambizioso, potente nella sua volontà di raccontare la decadenza di un’America dilaniata, ma allo stesso tempo incerto nella messa a fuoco del proprio sguardo. Certo, alcuni momenti brillano: come la scena tra Phoenix e Pascal sulle note di Firework di Katy Perry, un crescendo di tensione in cui il film trova una vera energia emotiva, comica e tragica insieme. Se Eddington avesse mantenuto quel tono, forse staremmo parlando di un’opera molto più riuscita
Di Francesco Paolo Francini
20/10/2025