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F1

RECENSIONE

F1 - LA FORMULA DELLO SPETTACOLO

​Joseph Kosinski torna al cinema in grande stile, con una tipologia di film che gli si addice molto di più, dopo l’infelice parentesi del thriller-psicologico di Spiderhead con Netflix. F1 rispolvera molte tematiche già affrontate in Top Gun: Maverick e in tanti altri film sportivi, ma riesce a trovare nella regia e nel comparto tecnico un grande punto di forza. Questo sarà sufficiente o il castello di carte dal budget mastodontico crollerà sotto il peso delle proprie aspettative?
 
Sonny Hayes (Brad Pitt) è un ex-pilota di Formula 1, ritiratosi negli anni ’90 a causa di un grave incidente. Non volendo abbandonare il mondo delle gare automobilistiche decide per vent’anni di gareggiare in tutte le competizioni possibili, fino a che un giorno non viene contattato dall’ex compagno di scuderia ai tempi della Formula 1 Ruben Cervantes (Javier Bardem), il quale gli offre un posto nella sua squadra di proprietà, la APXGP. Viste le condizioni economiche e sportive critiche in cui versa la APXGP, Sonny avrà due compiti: il primo cercare di risalire la classifica e secondo formare il suo compagno di scuderia Joshua Pearce (Damson Idris), un giovane talento con un carattere spigoloso.
 
Aspettarsi qualcosa di diverso dal classico film sportivo americano in cui a una vecchia gloria viene offerta la possibilità di riscattarsi dopo una vita di delusioni e nel mentre insegnare ai rookies (gli esordienti) come funziona veramente la vita, il tutto condito da un po' di retorica in pieno stile 80s, sarebbe quasi scorretto, soprattutto quando tra i produttori c’è il nome di Jerry Bruckheimer, colui che ha portato alla ribalta questa tipologia di opere.
F1 non sarà un film che brilla di originalità, ma ciò che è chiamato a fare lo fa (quasi) sempre benissimo. Le corse automobilistiche sono un trionfo tecnico, tra soggettive dei più disparati elementi dell’automobile, ruote che vanno a 300 all’ora, inquadrature ad altezza asfalto, Kosinski si diverte e ci fa divertire cercando di portarci il più possibile all’interno di una gara costellata da migliaia di piccoli eventi che innalzano drasticamente il livello della tensione e che il regista riesce a gestire benissimo.
Foto
Il regista di Tron: Legacy porta avanti il discorso sul corpo iniziato con Tom Cruise a partire da Oblivion e che caratterizza la carriera di molti divi della stessa generazione: da Keanu Reeves e il suo John Wick, allo stesso Cruise con Mission: Impossible e Top Gun: Maverick (non a caso gli unici due franchise portati avanti negli ultimi sette anni), per finire con Brad Pitt, protagonista di F1 e di Bullet Train.

Tutti quanti divi della generazione ‘80/’90 (e tutti nati nell’arco di 3 anni) che oggi perseguono un obiettivo comune, quello di esprimersi attraverso l’utilizzo estremo del proprio corpo, cercando di ricreare dal vero la maggior parte delle sequenze più provanti. L’analogico, tanto caro a quella generazione che cerca di prevalere ancora sul virtuale, sul ricostruito.
Certo, in F1 non funziona tutto, la volontà di inserire una figura di villain e l’eccessiva dilatazione del pre-finale, rendono l’ultimo atto inutilmente carico di eventi superficiali.
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I personaggi sono tutti poco o quasi per nulla approfonditi, anche se Kosinski riesce a creare delle interessanti interazioni tra di loro, in particolare nei momenti cruciali delle gare.
La telecronaca durante le corse, per quanto necessaria in alcuni momenti e utile per restituire l’esperienza della Formula 1, risulta troppo onnipresente, distraendo da ciò che sta avvenendo in pista.
 
F1 rimane un ottimo film d’intrattenimento, che tra qualche scena tamarra e una scrittura ripetitiva e poco originale, riesce comunque a portare sullo schermo un’opera con pochi eguali per spettacolarità.
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Di Andrea Rossini

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