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FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI 2

RECENSIONE


FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI 2 - BUROCRAZIA SATANISTA AL SERVIZIO DEL BRAND

​Sono passati sette anni dal primo capitolo di Finché morte non ci separi, l’horror a tinte sociali diretto dai Radio Silence (Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett). Con il sequel — inserito temporalmente pochi istanti dopo la fine del primo — i registi spingono sull’importanza della costruzione del brand, fornendo agli spettatori tutti gli elementi che hanno reso il look di Finché morte non ci separi riconoscibile e soprattutto replicabile. Ed è così che — non a sorpresa — tornano il vestito da sposa sporco di sangue e le sigarette, e anche l’impostazione riprende l’ossatura del primo, mettendo in gioco forze più importanti.

Non c’è un unico nucleo familiare a dare la caccia a Grace (Samara Weaving), la giovane promessa sposa che è scampata dal rito matrimoniale della famiglia Le Domas. Questa volta sono le famiglie più potenti del mondo, l’élite dell’élite, a cercare di portare a termine il compito fallito dai Le Domas, con lo scopo di prendere il posto d’onore, un ruolo che concede il potere illimitato.

Nella prima parte i Radio Silence rifanno il primo capitolo, con l’inserimento di qualche elemento in più: c’è il personaggio interpretato da David Cronenberg, che fa cessare una guerra al telefono e che è costretto a concedere il suo potere a chi eliminerà Grace, ed è presente un nuovo personaggio che scombussolerà sentimentalmente la protagonista, Faith (Kathryn Newton), sorella minore di Grace, invischiata nell’affaire della sorella e costretta anch’essa a giocare alla macabra variazione del classico nascondino.
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​Nella seconda parte i due registi daranno spazio alla loro capacità di divertirsi e divertire, attraverso una buona costruzione delle sequenze d’azione e soprattutto schiacciando il pedale sulla burocrazia satanista, incarnata dal personaggio interpretato da Elijah Wood, un avvocato estremamente fedele ad ogni cavillo, regola, clausola, comma presente per chi vuole far parte di questa setta elitaria e arrivista, perfettamente inserita in quel cinema di genere che proietta le differenze sociali attraverso lo splatter, il grottesco, l’ironia e l’azione.

La nostra protagonista sostituirà i suoi panni da sposa — astratti, dato che fisicamente non si priverà del suo riconoscibile vestito — per indossare quelli della sorella maggiore che in passato è stata causa della frattura nel rapporto tra sorelle. Le interazioni tra Grace (grazia) e Faith (fede) — nomi che esplicitano la direzione tra il bene e il male, tra il cielo e l’inferno — non sempre sono convincenti, tra litigi improvvisati e punti di contatto abbozzati, ma con lo scorrere della pellicola il loro rapporto diventerà protagonista di una delle sequenze più riuscite — e divertenti — del film, con un montaggio alternato tra le rispettive collisioni fisiche sulle note di Bonnie Tyler e della sua Total Eclipse of the Heart.

Dopo il mediocre Abigail, i Radio Silence tornano sul sicuro, mettendo in mostra ancora una volta che da loro non ci si deve aspettare una grande e innovativa caratterizzazione cinematografica; fanno sempre lo stesso film, che abbiamo già visto altre volte, ma è innegabile che lo sappiano fare con grande dose di intrattenimento.
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Di Saverio Lunare
10/04/2026

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