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FLUSH

RASSEGNA BUIO

FLUSH: 70 MINUTI CON UN UOMO INCASTRATO IN UN BAGNO - SPECIALE BUIO

​L’horror francese Flush di Grégory Morin è stato il penultimo appuntamento con la quarta edizione della rassegna Buio di Bologna, che ha portato ogni lunedì l’orrore nel capoluogo emiliano.

Un’ora e dieci di durata e una sola location: il bagno alla turca di un club notturno. Basta pochissimo a Morin per realizzare il suo film: una manciata di personaggi (tra cui Rabla, un topolino addestrato dalla narcotici e dipendente dalla cocaina); una forte idea su come gestire gli spazi a disposizione (la location unica viene splittata in due luoghi, sopra la turca e sotto la turca) e la consapevolezza, fondamentale, che il film con “l’incastrato” sia un genere a sé, con i suoi stilemi e le sue dinamiche.

Compreso questo elemento, Morin ha assoluta libertà nel trasformare il genere, nel tratteggiarlo con elementi surreali — non soltanto il già citato topolino affetto da tossicodipendenza, ma anche orecchie che vengono staccate dal corpo ma continuano a funzionare — e nell’inserire una forte vena drammatica, attraverso un rapporto a tre: protagonista, ex compagna, e figlia.

Luc (Jonathan Lambert) è un padre assente e vittima delle sue dipendenze. Quando si reca in un locale notturno per riconciliarsi con Valentine (Élodie Navarre), la madre di sua figlia, finisce per errore nel nascondiglio segreto dove uno spacciatore, in combutta con il proprietario del locale, nasconde la cocaina: un bagno turco. Dopo essere stato brutalmente picchiato dai due, Luc resta con la testa intrappolata nel buco della turca, in un’escalation notturna di esilaranti e trucidi eventi.
Foto
​Da Stuck di Stuart Gordon a 127 ore di Danny Boyle, passando per le claustrofobiche esperienze in The Descent di Neil Marshall e Haze di Shin'ya Tsukamoto, il genere con una persona incastrata in uno spazio ridotto è una variazione del classico kammerspiel, ampliando quella sensazione di chiusura e di limitatezza fisica.

Certo, Morin ha scelto lo spazio più bizzarro a sua disposizione, fondando il suo film su dinamiche (im)possibili all’interno di quel tipo di luogo e restituendo allo spettatore non tanto la prevedibile sensazione di schifo o ribrezzo, quanto la — solita, ma mai banale in questo tipo di film — capacità del corpo umano di resistere, sopravvivere, adattarsi e superare gli ostacoli fisici ampliando quelle parti che si hanno a disposizione. Perché un’altra parte fondamentale di questo sottogenere è quella survivor e il regista francese, comprendendo quanto sia fondamentale questo elemento, lo rende protagonista del suo film.

Dietro un contesto così apparentemente (e date le circostanze, letteralmente) fuori di testa, si cela in Flush una grande capacità di muoversi all’interno delle dinamiche del genere, legittimando il lavoro fatto da Morin per il suo film, riuscendo a venir meno a quella banale e approssimativa considerazione del film-gioco e della trasgressione fine a se stessa.
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Di Saverio Lunare
18/02/2026

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