FRANKENSTEIN - L'ESISTENZIALISMO NELLA CREATURA DI GUILLERMO DEL TORO - SPECIALE VENEZIA 82
Dopo aver visto Frankenstein di Guillermo del Toro non si può far altro che notare come per il regista messicano il romanzo di Mary Shelley sia un testo esistenzialista. La creatura ideata dalla scrittrice inglese nel 1818 e parte di un immaginario consolidato (innumerevoli le trasposizioni e le divagazioni sul tema) viene maneggiata da del Toro come se fosse da sempre appartenente al suo di immaginario, costruito sull’amore per il ‘mostro’, sull’importanza della sua storia e della sua visione sul mondo.
Il Frankenstein di del Toro vive problemi vampireschi: cerca di acculturarsi, è incuriosito dall’umanità e vuole comprendere il perché esiste un bene e un male. È attraente e sensuale — il corpo assemblato è quello di Jacob Elordi — ed esattamente come un vampiro è timorato dalla non morte.
L’amore di del Toro per la creatura viene espressa cristologicamente; Frankeinstein è crocifisso quando viene creato, le sue parti sono avvolte dalle bende e il suo creatore — il dottor Victor Frankenstein (Oscar Isaac) — gioca a fare Dio, sfidando le regole delle vita e della morte.
Il Frankenstein di del Toro vive problemi vampireschi: cerca di acculturarsi, è incuriosito dall’umanità e vuole comprendere il perché esiste un bene e un male. È attraente e sensuale — il corpo assemblato è quello di Jacob Elordi — ed esattamente come un vampiro è timorato dalla non morte.
L’amore di del Toro per la creatura viene espressa cristologicamente; Frankeinstein è crocifisso quando viene creato, le sue parti sono avvolte dalle bende e il suo creatore — il dottor Victor Frankenstein (Oscar Isaac) — gioca a fare Dio, sfidando le regole delle vita e della morte.
Costruito in tre parti: il prologo, il racconto dell’uomo e quello della creatura, Frankenstein mette in evidenza la fondamentale importanza della visione del ‘mostro’, delle sue motivazioni e del suo approccio nei confronti di quello che per lui è un nuovo mondo da comprendere e analizzare. Perché a rendere umano qualcosa che non è stato concepito naturalmente è proprio il suo desiderio di esserlo, la sua voglia di imparare e la sua, esistenziale, sofferenza.
È ciò che da sempre scandisce il cinema del regista messicano: cosa rende un essere un essere umano, cosa significa per il ‘diverso’ rapportarsi con il nostro mondo e con la nostra specie. Non serve piegare il romanzo al suo servizio, perché per del Toro Frankenstein è sempre stato questo, è il punto di vista della creatura a interessargli maggiormente, la storia dell’uomo è già stata scritta ed è una storia fatta di tirannia, sangue e guerra, e che può essere salvata attraverso il perdono, e da cattolico o quanto meno cresciuto sotto la lente del cattolicesimo, dall’arrivo di un messia. E non è un caso che questo nuovo messia abbia le sembianze di un ‘mostro’: da sempre il vero oggetto dell’amore di Guillermo del Toro.
È ciò che da sempre scandisce il cinema del regista messicano: cosa rende un essere un essere umano, cosa significa per il ‘diverso’ rapportarsi con il nostro mondo e con la nostra specie. Non serve piegare il romanzo al suo servizio, perché per del Toro Frankenstein è sempre stato questo, è il punto di vista della creatura a interessargli maggiormente, la storia dell’uomo è già stata scritta ed è una storia fatta di tirannia, sangue e guerra, e che può essere salvata attraverso il perdono, e da cattolico o quanto meno cresciuto sotto la lente del cattolicesimo, dall’arrivo di un messia. E non è un caso che questo nuovo messia abbia le sembianze di un ‘mostro’: da sempre il vero oggetto dell’amore di Guillermo del Toro.
Di Saverio Lunare
30/08/2025