FUORI - CHIUDERSI DENTRO PER SOPRAVVIVERE FUORI
Martone perde il rigore didattico degli ultimi film e, aiutato dal soggetto di partenza, ritrova la vitalità che sembrava ormai svanita. Fuori, unico film italiano in concorso alla 78ª edizione del Festival del cinema di Cannes, non è una pellicola su Goliarda Sapienza. Non è intenzione di Martone e Ippolita di Mayo (co-sceneggiatrice del film) quella di raccontare la complessissima vita della scrittrice; i due si concentrano su uno specifico momento dell’esistenza di Sapienza, con la donna che è appena stata rilasciata dal carcere di Rebibbia dopo una reclusione per furto, ma Fuori non sembrerebbe nemmeno essere un ritratto della scrittrice, quanto un’appassionata interpretazione di come Goliarda Sapienza si muova all’interno dei suoi racconti: osservando, vivendo e trasportando ciò che la circonda in testo.
Non è uno di quei film che vanno proiettati nelle scuole; non è quel tipo di pellicola finalizzata a dare una lezione su chi era Goliarda Sapienza e sul perché andrebbe studiata. In questa direzione Martone commette un errore all’inizio e alla fine del film: inserisce reperti d’archivio che vedono protagonista la reale Sapienza e che raccontano cosa ha fatto, da che famiglia proviene, e le motivazioni sul perché esista un film su di lei. Come se il regista avesse fatto un passo indietro rispetto all’ottima idea di far lavorare in sottrazione Valeria Golino - che interpreta Sapienza in un affascinante gioco meta, dopo il suo adattamento del romanzo più famoso della scrittrice: L’arte della gioia e il suo legame personale con l’artista - e abbia deciso di non far disperdere troppo lo spettatore, riportando al centro la scrittrice e non i suoi personaggi.
Perché la Roberta di Matilda De Angelis, reale protagonista di Fuori, è l’ago della bilancia della narrazione; è grazie a lei che capiamo ciò che Goliarda pensa e percepisce (un sentimento che viaggia tra l’amicizia, l’attrazione erotica, la maternità e il senso di nemesi). Nel loro rapporto il dentro - inteso come la reclusione penitenziaria, ma anche come incapacità di espressione dei sentimenti - è sempre meglio del fuori, è dentro che sono realmente libere e che il loro rapporto si costruisce, e anche una volta uscite dal carcere ricercano la reclusione.
Non è uno di quei film che vanno proiettati nelle scuole; non è quel tipo di pellicola finalizzata a dare una lezione su chi era Goliarda Sapienza e sul perché andrebbe studiata. In questa direzione Martone commette un errore all’inizio e alla fine del film: inserisce reperti d’archivio che vedono protagonista la reale Sapienza e che raccontano cosa ha fatto, da che famiglia proviene, e le motivazioni sul perché esista un film su di lei. Come se il regista avesse fatto un passo indietro rispetto all’ottima idea di far lavorare in sottrazione Valeria Golino - che interpreta Sapienza in un affascinante gioco meta, dopo il suo adattamento del romanzo più famoso della scrittrice: L’arte della gioia e il suo legame personale con l’artista - e abbia deciso di non far disperdere troppo lo spettatore, riportando al centro la scrittrice e non i suoi personaggi.
Perché la Roberta di Matilda De Angelis, reale protagonista di Fuori, è l’ago della bilancia della narrazione; è grazie a lei che capiamo ciò che Goliarda pensa e percepisce (un sentimento che viaggia tra l’amicizia, l’attrazione erotica, la maternità e il senso di nemesi). Nel loro rapporto il dentro - inteso come la reclusione penitenziaria, ma anche come incapacità di espressione dei sentimenti - è sempre meglio del fuori, è dentro che sono realmente libere e che il loro rapporto si costruisce, e anche una volta uscite dal carcere ricercano la reclusione.
Processo che prende vita nella sequenza più significativa (e riuscita) del film: all’interno della profumeria di Barbara (Elodie), compagna di prigionia delle due, le tre donne si ritrovano e decidono di estraniarsi dal resto del mondo per rivivere quel rapporto che il carcere ha prima fatto nascere e successivamente cullato.
Nonostante qualche vezzo didascalico che cerca di imboccare lo spettatore sul senso del film e su ciò che l’opera vuole dire (soprattutto in qualche linea di dialogo forzata e innecessaria), Fuori riesce a raccontare i desideri con le immagini e con i personaggi, mettendo al centro i rapporti e gli spazi in cui avvengono: dismessi bar di stazione nella Roma deserta in piena estate del 1980 fanno da corrispettivo esterno delle sensazioni interne delle protagoniste, ancora una volta in uno strettissimo rapporto tra il fuori e il dentro.
E sembra paradossale che il più grande difetto del film sia quello di aver voluto inserire la rivoluzionaria scrittrice attraverso foto, didascalie e clip, dando l’impressione che quella scala di rapporti in cui Matilda De Angelis surclassa (non per una differenza di qualità attoriale tra le due) la Golino e Roberta sia il personaggio attivo rispetto a Goliarda, appaia non più come una reale scelta, quanto uno squilibrio di scrittura. Sappiamo che non è così e che la Goliarda di Golino sia volutamente rappresentata come una tela assorbente, ma la sua presenza ‘reale’ che incombe all’inizio e alla fine sembra soltanto distogliere l’attenzione sul fulcro centrale del, comunque, ottimo film di Martone: ciò che Goliarda Sapienza ha visto, percepito e provato, è stata la base del suo lavoro e del suo pensiero sociale e politico, per questo il dentro ha fatto sì che le sue opere uscissero fuori.
Nonostante qualche vezzo didascalico che cerca di imboccare lo spettatore sul senso del film e su ciò che l’opera vuole dire (soprattutto in qualche linea di dialogo forzata e innecessaria), Fuori riesce a raccontare i desideri con le immagini e con i personaggi, mettendo al centro i rapporti e gli spazi in cui avvengono: dismessi bar di stazione nella Roma deserta in piena estate del 1980 fanno da corrispettivo esterno delle sensazioni interne delle protagoniste, ancora una volta in uno strettissimo rapporto tra il fuori e il dentro.
E sembra paradossale che il più grande difetto del film sia quello di aver voluto inserire la rivoluzionaria scrittrice attraverso foto, didascalie e clip, dando l’impressione che quella scala di rapporti in cui Matilda De Angelis surclassa (non per una differenza di qualità attoriale tra le due) la Golino e Roberta sia il personaggio attivo rispetto a Goliarda, appaia non più come una reale scelta, quanto uno squilibrio di scrittura. Sappiamo che non è così e che la Goliarda di Golino sia volutamente rappresentata come una tela assorbente, ma la sua presenza ‘reale’ che incombe all’inizio e alla fine sembra soltanto distogliere l’attenzione sul fulcro centrale del, comunque, ottimo film di Martone: ciò che Goliarda Sapienza ha visto, percepito e provato, è stata la base del suo lavoro e del suo pensiero sociale e politico, per questo il dentro ha fatto sì che le sue opere uscissero fuori.
Di Saverio Lunare