GIOIA MIA - EDUCAZIONE SENTIMENTALE NELL'ESTATE ITALIANA
Nico (Marco Fiore) è un bambino scontroso che vive sulla soglia della pre-adolescenza. Incapace di immergersi nel mondo di giochi e avventure dei coetanei, rivolge tutte le sue proiezioni affettive alla conquista della babysitter. Quando però questa parte nel bel mezzo dell’estate, i genitori sono costretti ad affidare Nico a una lontana e anziana zia sicula, Gela (Aurora Quattrocchi). Le maniere agli antipodi dei due daranno luogo a una convivenza difficile, una collisione generazionale che all’apice del suo stridore rivelerà punti di convergenza inattesi.
Margherita Spampinato, al suo esordio con Gioia mia, sceglie una storia che guarda con sorridente nostalgia all’estate italiana di un tempo — o meglio, senza tempo — quella del dolce far niente e della noia imperante; del coprifuoco pomeridiano per la calura e delle brezze improvvise, infestanti come spiriti. L’estate nel meridione straniero e familiarissimo, che procede languidamente mentre i suoi abitanti cercano di scamparne, contando i giorni come i punti delle partite a scopa. È nella reclusione domestica — e condominiale — che Spampinato presenta i suoi protagonisti e li fa incontrare: Nico è allergico al polveroso silenzio dell’appartamento di Gela, composto di rituali cattolici e lezioni quotidiane di educazione domestica; Gela, dal canto suo, vive con (bonaria) insofferenza la presenza del bambino, che con la sua irrequietezza rompe l’equilibrio statuario di una casa abitata ma non più vissuta.
La regia si avvicina cautamente alla coppia inconsueta, lasciando spazio ai personaggi di rivelare la propria intelligenza emotiva, agli attori di agire con spontaneità e a entrambi di consolidare la propria complicità. Spampinato sembra inserirsi negli spazi liminali, indugiando sui momenti che anticipano le rivelazioni e che forse in sé già le contengono – osservando una storia svolgersi piuttosto che raccontandola.
Margherita Spampinato, al suo esordio con Gioia mia, sceglie una storia che guarda con sorridente nostalgia all’estate italiana di un tempo — o meglio, senza tempo — quella del dolce far niente e della noia imperante; del coprifuoco pomeridiano per la calura e delle brezze improvvise, infestanti come spiriti. L’estate nel meridione straniero e familiarissimo, che procede languidamente mentre i suoi abitanti cercano di scamparne, contando i giorni come i punti delle partite a scopa. È nella reclusione domestica — e condominiale — che Spampinato presenta i suoi protagonisti e li fa incontrare: Nico è allergico al polveroso silenzio dell’appartamento di Gela, composto di rituali cattolici e lezioni quotidiane di educazione domestica; Gela, dal canto suo, vive con (bonaria) insofferenza la presenza del bambino, che con la sua irrequietezza rompe l’equilibrio statuario di una casa abitata ma non più vissuta.
La regia si avvicina cautamente alla coppia inconsueta, lasciando spazio ai personaggi di rivelare la propria intelligenza emotiva, agli attori di agire con spontaneità e a entrambi di consolidare la propria complicità. Spampinato sembra inserirsi negli spazi liminali, indugiando sui momenti che anticipano le rivelazioni e che forse in sé già le contengono – osservando una storia svolgersi piuttosto che raccontandola.
A instillare questo senso di latenza è il perimetro scenico in cui si sviluppa l’azione: uno spazio atemporale che sembra concedere una graduale evasione solo a chi è pronto ad attraversarsi interiormente, porta dopo porta, stanza dopo stanza. Misteri dell’età e di vicinato che si intrecciano per formare cerchi concentrici e che inducono i protagonisti a un viaggio quotidiano di (ri)scoperta dei propri epicentri emotivi.
Nella costruzione di confini più o meno valicabili risiede tuttavia il limite principale del film, che finisce per ingabbiarsi nello stereotipo di un meridione sempiterno, tradendo il legame ibrido e idealizzante della regista con la sua seconda casa. Su tutte, rendere l’afa estiva una protagonista collaterale delle vicende dimenticandosi però di imperlare i volti degli attori risulta piuttosto grave, soprattutto quando l’approccio alla materia narrativa vuole essere vivido e realistico. In questo senso, assecondare le suggestioni esoteriche — come fece Céline Sciamma in Petit Maman, che pure parla di perdita e maturazione nel solco di un avventuroso dialogo generazionale — avrebbe permesso al film di raggiungere il pubblico più smaliziato con maggiore stupore.
In definitiva, Gioia mia è un buon esordio, che sceglie però di non osare, preferendo percorsi interpretativi intelligibili: marzapane per chi è in cerca di rassicurazione, ma inevitabilmente lezioso per chi già ne ha masticato. Se non altro, il film insegna che è proprio nell’indolenza che si innescano i piccoli moti rivoluzionari. Probabilmente la vera gioia — nostra — arriverà quando il cinema italiano smetterà di confrontarsi con l’iper-rappresentato sentimento della nostalgia.
Nella costruzione di confini più o meno valicabili risiede tuttavia il limite principale del film, che finisce per ingabbiarsi nello stereotipo di un meridione sempiterno, tradendo il legame ibrido e idealizzante della regista con la sua seconda casa. Su tutte, rendere l’afa estiva una protagonista collaterale delle vicende dimenticandosi però di imperlare i volti degli attori risulta piuttosto grave, soprattutto quando l’approccio alla materia narrativa vuole essere vivido e realistico. In questo senso, assecondare le suggestioni esoteriche — come fece Céline Sciamma in Petit Maman, che pure parla di perdita e maturazione nel solco di un avventuroso dialogo generazionale — avrebbe permesso al film di raggiungere il pubblico più smaliziato con maggiore stupore.
In definitiva, Gioia mia è un buon esordio, che sceglie però di non osare, preferendo percorsi interpretativi intelligibili: marzapane per chi è in cerca di rassicurazione, ma inevitabilmente lezioso per chi già ne ha masticato. Se non altro, il film insegna che è proprio nell’indolenza che si innescano i piccoli moti rivoluzionari. Probabilmente la vera gioia — nostra — arriverà quando il cinema italiano smetterà di confrontarsi con l’iper-rappresentato sentimento della nostalgia.
Di Luca Carani
16/12/2025