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GIOVANI MADRI

RECENSIONE


​GIOVANI MADRI - LA MATERNITÀ ADOLESCIENZIALE TRA ISTITUZIONI E TRAIETTORIE SOCIALI

Come sempre con i fratelli Dardenne i film sociali si costruiscono attraverso i percorsi di vita delle persone, che non necessariamente migliorano o peggiorano la loro esistenza, ma che ci dicono qualcosa sul nostro rapporto con il mondo. È il fulcro anche di Giovani madri, il loro ultimo film presentato alla 78ª edizione del Festival del cinema di Cannes (dove si è aggiudicato il premio alla miglior sceneggiatura) e che arriva nelle sale italiane dal 20 novembre.

Stesso luogo (una casa famiglia per ragazze madri in difficoltà), stessa situazione, ma cinque diversi approcci all’evento, cinque differenti traiettorie e reazioni.

Jessica (Babette Verbeek), Perla (Lucie Laruelle), Julia (Elsa Houben), Ariane (Janaïna Halloy-Fokan) e Naïma (Samia Hilmi) hanno vissuto o stanno vivendo una gravidanza, in una situazione di difficoltà economica e psicologica. Tra chi ha un rapporto conflittuale con la propria madre ed è convinta di migliorare la vita della propria figlia, affidandola a una famiglia più agiata; a chi una madre non l’ha mai avuta e non ha alcuna intenzione di proiettare il proprio percorso verso suo figlio; e chi invece è convinta di poter formare una famiglia con quell’invaghimento giovanile che in realtà è poco interessato a stabilizzarsi e a fare il passo in avanti. Ciò che le cinque ragazze di Giovani madri condividono è il loro essere ancora delle bambine, il loro rapporto con l’adolescenza che le viene strappata da una responsabilità così grande (la maternità); più grande del ruolo nel mondo che spetta a delle ragazze così giovani.
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In questo i Dardenne sono impeccabili nel riuscire a catturare gesti che non possono non lasciare il segno: ragazze incappucciate che inseguono le proprie madri come fossero delle spie, lettere scritte per le future figlie diciottenni, con una calligrafia così infantile da non poter credere che quella ragazzina sia diventata adulta, solletichi durante i viaggi in moto e ancora quella volontà di fare l’errore più grosso per sentirsi vive.

Nel loro film i registi belgi raccontano la giovane maternità attraverso la coralità — che a volte rischia di spezzare il rapporto emotivo con lo spettatore — attraverso le traiettorie e i percorsi di ragazze che si ritrovano private della loro età e del loro ruolo, chiudendo con una speranza verso il futuro e nei confronti di chi è convinto di non poter cambiare quella traiettoria e quel percorso che sembra essere predefinito per chi vive in quella situazione sociale.

In questo ha un ruolo fondamentale l’istituzione — che per i Dardenne sembra essere il vero artefice del riscatto sociale — con le sue responsabilità verso i più fragili e il suo necessario funzionamento pratico (aiuti economici) e psicologico.
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Di Saverio Lunare
20/11/2025

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