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GLI OCCHI DEGLI ALTRI

RECENSIONE

GLI OCCHI DEGLI ALTRI - IL ROVESCIO OSCURO DEGLI ANNI SESSANTA

​​Gli occhi degli altri è il terzo lungometraggio di Andrea De Sica, presentato alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma. Ispirato al famigerato delitto Casati-Stampa, non si propone come un resoconto giornalistico quanto piuttosto come una libera trasfigurazione: lontano dalla linearità della cronaca, il film adotta una struttura fortemente ellittica. È anche un’opera seducente, pervasa da un erotismo inquieto e morboso, raro nel panorama cinematografico italiano contemporaneo.

Andrea De Sica rovescia l’immaginario più diffuso legato al decennio degli anni Sessanta, spesso associato al benessere derivato dal miracolo economico, all’exploit del cinema, del divismo e della moda, alla musica pop di Mina e Adriano Celentano. Gli occhi degli altri dichiara la sua operazione di rovesciamento a partire dalle scelte musicali: I’m waiting for the man di Lou Reed, brano rock proto-punk crudo e ossessivo, si colloca agli antipodi rispetto alle sonorità pop-sentimentali comunemente associate all’epoca.

Altrettanto significativa nell’ottica del rovesciamento del significato è la scelta di Parlami d’amore Mariù. Il brano, scritto per il film Gli uomini, che mascalzoni… (1932) diretto da Mario Camerini, lanciò come divo cinematografico il nonno del regista, Vittorio De Sica. In Gli occhi degli altri la canzone perde la sua originaria leggerezza per assumere una diversa tonalità, evocando una visione dell’amore arcaica e autoritaria, ancorata al ventennio fascista; in questa prospettiva si inserisce l’appellativo “il nostro duce” rivolto al Marchese da un suo amico.

Più che offrire un ritratto dell’Italia del tempo, tuttavia, l’intenzione del regista è costruire una dimensione chiusa e simbolica. Di fatto l’azione si svolge unicamente sull’isola del Marchese, che procedendo nel racconto si configura sempre più come una prigione per i due protagonisti, gli ottimi Filippo Timi nel ruolo di Lelio e Jasmine Trinca in quello di Elena. È una strategia ricorrente nel cinema contemporaneo (pensiamo negli ultimi mesi a Send Help di Sam Raimi o al recentissimo Keeper di Osgood Perkins, per citarne un paio). Un luogo isolato agisce come microcosmo per la rappresentazione dei rapporti di potere di due personaggi, amplificandone i conflitti.

Il personaggio di Elena è senza dubbio il più sfaccettato. Se il Marchese rimane un uomo bieco e malato dall’inizio alla fine, invece Elena traccia una traiettoria più complessa. Inizialmente ritratta – senza giudizio – come una disinibita arrampicatrice sociale, successivamente debilitata da una profonda depressione, infine capace di conquistarsi una forma di autonomia. Numerose scene prive di dialogo e giocate unicamente sugli sguardi fanno emergere il gran lavoro fatto dagli attori nel restituire la tensione tra i due personaggi, ricchi e potenti ma soli anche nelle feste esibizioniste che organizzano, da cui emerge il libertinismo di fine Sessanta.
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​Gli occhi degli altri è anche un film sullo sguardo. Il riferimento esplicito è a Peeping Tom (1960) di Michael Powell: Filippo Timi regge la cinepresa allo stesso modo mentre riprende la moglie con altri uomini. Esercitare lo sguardo equivale ad un atto di potere; lo sguardo non è neutro, anzi guardare significa possedere. De Sica intreccia indissolubilmente eros e dominio. Questa dinamica coercitiva si riflette sullo spazio del racconto, trasformando un luogo ameno, l’isola inondata dal sole – altro rovesciamento – in una prigione per Elena. È significativo che quando la moglie riesce ad allontanarsi, il Marchese tenta di ristabilire il suo controllo attraverso le immagini, proiettando a un pubblico i loro vecchi filmati in super 8: un atto di revenge porn ante litteram.

Ricco di rimandi colti, tanto sul piano visivo quanto su quello musicale, l’opera di Andrea De Sica merita di essere accolta positivamente come un oggetto raro nel cinema italiano contemporaneo, spesso troppo asettico e accomodante. Non si preoccupa di prendere per mano lo spettatore né di metterlo a proprio agio: lo dimostrano innanzitutto la frammentarietà narrativa, i vari salti temporali.

Ad esempio, la depressione di Elena sopraggiunge bruscamente, senza essere esplicitamente spiegata; in realtà il regista ha ammesso che nella prima stesura della sceneggiatura vi era un passaggio, poi eliminato nel montaggio finale, in cui il personaggio di Jasmine Trinca perdeva un bambino. Secondo il regista e gli sceneggiatori sarebbe stato riduttivo ideologicamente far risalire la depressione di una donna all’impossibilità di aver un figlio. Ma poco importa: Gli occhi degli altri non vive tanto di nessi logici e narrativi quanto di suggestioni estetiche e sensoriali. È un film sorprendentemente fisico, percepiamo l’attrito dei corpi, l’infrangersi delle onde sulla scogliera, il calore del sole, ma anche l’artificiosità volutamente kitsch dei costumi nei party.

Ben vengano, dunque, operazioni spiazzanti e perturbanti di questo tipo, esteticamente raffinate ma anche dense di riflessioni metacinematografiche e sul femminile. Lontano da una rievocazione nostalgica autoreferenziale, invece il discorso sullo sguardo, sul possesso e sulla violenza si rivela oggi più che mai attuale. Gli occhi degli altri non è tanto un film sul desiderio, quanto sulla degenerazione dello sguardo, che finisce per controllare, imprigionare e infine distruggere.
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Di Luca Palumbo
22/03/2026

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