Addiction Cinema
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
Search by typing & pressing enter

YOUR CART

GUMMO DI HARMONY KORINE E ELEPHANT DI GUS VAN SANT - L'AMERICA DEI DISILLUSI

SPECIALE

GUMMO DI HARMONY KORINE E ELEPHANT DI GUS VAN SANT - L'AMERICA DEI DISILLUSI

Pochi film come Gummo di Harmony Korine e Elephant di Gus Van Sant sono riusciti a rappresentare il senso di disillusione provato da una generazione statunitense. L’esordio di Korine è uno sconvolgente mosaico del degrado periferico provato da giovani abbandonati dal resto del Paese; Elephant rappresenta un rivoluzionario modo di mettere in scena un fatto di cronaca che va oltre la tragedia dell’evento in sé, ma che tocca le fragilità di un popolo intero da sempre in stretto rapporto con la violenza. Due, inquietanti, ritratti generazionali realizzati da due dei registi più innovativi e originali nel panorama del cinema indipendente americano.

GUMMO (1997, HARMONY KORINE)

Picture
L’alienante ritratto di Xenia, una cittadina dell’Ohio degradata, in cui gli adulti sembrano non esistere (e quelli che ci sono, o non si comportano da tali o sono legati alla vita attraverso una macchinetta per l’ossigeno) è la descrizione perfetta di un’America disillusa e priva di futuro.
Gummo è l’esordio di un regista unico: Harmony Korine, capace sin dal suo primo film di distaccarsi dalla consueta narrazione corale e, inseguendo le orme di un altro grande regista capace di mettere in scena la disillusione del Paese, Larry Clark (Korine ha collaborato alla sceneggiatura di Kids prima di esordire alla regia) riesce a realizzare una pellicola che difficilmente sarà dimenticata una volta visionata.

L’accostamento più interessante fatto a Gummo è senza dubbio quello dei critici Jay Mcroy e Guy Crucianelli nel loro capitolo intitolato: ‘‘I Panic the World: Benevolent Exploitation in Tod Browning’s Freaks and Harmony Korine’s Gummo” all’interno del volume di Aprile del 2009 della rivista “Popular Culture.” I due studiosi associano i ritratto degradante realizzato da Korine a quello fatto da Tod Browning oltre sessant’anni prima nel suo capolavoro: Freaks (1932). Secondo Mcroy e Crucianelli, Korine non intende mai giudicare i suoi personaggi, mai deride gli eccentrici e alienanti protagonisti di Gummo. Il film non è un documentario, ma possiede soltanto due attrici professioniste: la giovanissima Chloë Sevigny, che interpreta una delle due gemelle alle prese prima con il rimorchiare un attraente tennista e successivamente impegnate nella ricerca della propria gatta incinta scomparsa; e Linda Manz icona del cinema indie americano, attrice ne I giorni del cielo (1978, Terrence Malick) e protagonista di Snack bar blues (1980, Dennis Hopper), che in Gummo interpreta la madre di Solomon (Jacob Reynolds), un ragazzo che passa le sue giornate alla ricerca di gatti da uccidere per rifornire un ristorante cinese e che, con i soldi guadagnati, si diverte con una ragazza con la sindrome di Down costretta a prostituirsi dal fratello. Per il resto i volti dei cittadini di Xenia sono quelli di reali ragazzi e ragazze ai margini della società: curioso il caso del personaggio di Tummler (Nick Sutton) scovato da Korine in un talk show in cui il tema della puntata era la dipendenza dei giovani americani dallo sniffare la colla, una tendenza molto in voga nelle periferie statunitensi negli anni ‘90.

Harmony Korine, in una sequenza di Gummo fa fare a Tummler e Solomon esattamente questo: recuperano della colla da sniffare e appoggiati sul parabrezza di un’automobile si fanno un trip, ma la sensazione che Korine trasmette allo spetattore è che a Xenia l’unico modo per svagarsi è proprio questo, come per molte altre periferie americane dismesse, in cui mancano le opportunità e le istituzioni sembrano non esistere. Lo sguardo di Korine non è mai giudicante, ironico o sbeffeggiante nei confronti dei giovani di Xenia, è un mosaico corale (non soltanto di personaggi, ma anche di formati e voci fuori campo, che spesso non appartengono alle immagini messe in scena) finalizzato alla rappresentazione di un’America disillusa, in cui non c’è spazio per il futuro e per le prospettive di poter cambiare la propria condizione sociale.

ELEPHANT (2003, GUS VAN SANT)

Picture
Acquistare delle armi e scartarle all’interno di un pacco ricevuto come se fosse un banalissimo delivery di Amazon. Elephant di Gus Van Sant è un magnifico ritratto dell’alienazione giovanile americana, della disillusione di adolescenti che gettano via le proprie capacità (meraviglioso il contrasto tra la dolcezza di Per Elisa suonata al piano e il trucido atto omicida compiuto subito dopo) per abbracciare, con estrema leggerezza e disinvoltura, la violenza.

Ispirato al massacro della Columbine High School del 1999, Elephant è un film che ha rivoluzionato le modalità di rappresentazione di eventi di cronaca di questo tipo, ispirando altri ritratti di giovani statunitensi in stretto rapporto con la violenza, uno su tutti: Dark Night (2016, Tim Sutton), e formulando un’innovativa teorizzazione registica e narrativa, in cui il tempo che ci viene rappresentato non è mai quello che la nostra mente pensa possa essere d’interesse. Viviamo la routine di alcuni giovani studenti della High School che sembra non portarci da nessuna parte, fino all’atto finale in cui il mosaico temporale si compone e il massacro che lo spettatore, conoscendo i reali avvenimenti si aspetta da un momento all’altro, viene messo in atto. Ma Elephant non è un film di cronaca, non intende mai ragionare sulle motivazioni che hanno spinto i ragazzi ad agire in quel modo, e anche se girato per gran parte come se fosse un Third Person Shooter, Van Sant non intende abbracciare la Columbine Theory secondo cui i killer siano stati influenzati dal videogioco Doom per compiere il massacro. Piuttosto decide di far seguire allo spettatore pedissequamente i corpi degli studenti dell’High School per immergere totalmente chi sta assistendo alla pellicola all’interno della vita dei ragazzi, e non è un caso che lo stile registico cambia durante la sequenza del massacro: la macchina da presa smette di seguire le spalle dei personaggi riprendendo con freddezza e asetticità (la stessa provata dai killer nel film) la strage.

Una filastrocca per decidere chi ammazzare per prima, quel sconvolgente “Eeny, meeny, miny, moe” simbolo della semplicità e della ludicità che i giovani killer provano mentre compiono il massacro. E, come già fatto da Korine in Gummo, anche Gus Van Sant decide di non affidarsi ad attori professionisti, ma a reali adolescenti delle High School, capaci di rappresentare perfettamente la disillusione della loro generazione, quella abbandonata e spinta alla deriva dalla società. Se gli strumenti di morte ti arrivano all’interno di comodi pacchi di cartone, quel senso di emarginazione può trasformarsi facilmente in legittimazione nel compiere una strage e nel visualizzare i propri coetanei come se fossero comodi bersagli da polidromo o, per citare un capolavoro di Michael Moore, dei birilli da bowling.

​Di Saverio Lunare

Email

[email protected]