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HAMNET

RECENSIONE

HAMNET - UN AMLETO DI MENO

​Chloé Zhao sceglie la direzione intimista per raccontare l’elaborazione del lutto e la creatività come arma per affrontarlo. Adattando l’omonimo romanzo di Maggie O'Farrell — co-sceneggiatrice del film — la regista cerca di rappresentare il triplo contatto tra l’essere umano, l’arte e la natura, raccontando l’origine dell’Amleto di William Shakespeare in versione terapeutica e individuale.

Il punto di vista è quello di Agnes (Jessie Buckley), la moglie del grande drammaturgo inglese. La prima cosa che vediamo della donna è il suo rapporto con la terra e con l’aria, nell’inquadratura che apre Hamnet la vediamo sdraiata sull’erba, a piedi nudi e in stretto contatto con gli elementi che la circondano.

Terra e aria, erbe e falchi addestrati, con lo spettro della stregoneria come diceria locale; Agnes è emarginata, è la donna intrappolata dal medioevo. Così come lo è William Shakespeare (Paul Mescal), un uomo fragile, vittima anche lui di una trappola, quella familiare. I due si incontrano, si desiderano e cercano di arginare le limitazioni per far esplodere il loro amore, fino alla grande tragedia che devono prima affrontare e successivamente elaborare insieme: la perdita di un figlio.

Indugia Zhao sul dolore, sul dramma e sulla visceralità dei sentimenti. Dopo la parentesi all’interno del Marvel Cinematic Universe con Eternals (2021) — deviazione più che dimenticabile, che ha mostrato come i due mondi facciano bene a star distanti — la regista torna a una cornice più adatta alla sua visione cinematografica, quattro anni dopo il trionfo critico di Nomadland (2021), Leone d’oro a Venezia e premiato con l’Oscar per il miglior film.
Foto
​​Hamnet è quel cinema che si mostra grande e che fa di tutto per esasperare il suo rapporto con lo spettatore. Mira alla pancia e agli occhi, con un piacere estetico — a un passo dall’(auto)compiacimento — che prova a connettersi con l’emotività di chi osserva e di chi deve obbligatoriamente legarsi a quel dolore. Il ricatto emotivo è dietro l’angolo, venendo meno quella stratificazione della perdita e del lutto, con sequenze furbamente costruite per premere — a tutti i costi — il pulsante empatico.

Ed è così che la sempre ottima Jessie Buckley costruisce un’interpretazione (facilmente) apprezzabile, con importanti momenti di esibita espressività tra pianti, urla, disperazione, felicità e così via. La delicatezza e la reale bellezza di quella inquadratura iniziale che la avvolge, con lei al centro, piccola in confronto a tutto il resto, ma così profondamente assorbita nella sua pace e nel luogo che realmente le appartiene, lascerà presto il posto alla continua esibizione — catartica sì, ma anche furba — dei sentimenti.
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Di Saverio Lunare
07/02/2026

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