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HEN: STORIA DI UNA GALLINA

RECENSIONE

HEN: STORIA DI UNA GALLINA - UN POLLAIO CHIAMATO TERRA

​Nel film di György Pálfi che racconta l’odissea di una gallina, l’animale sogna guardando la TV. Prima con una rappresentazione dei dinosauri — quelli che a tutti gli effetti possono essere associati ai suoi antenati — e successivamente attraverso un’animazione che rappresenta un uovo schiudersi e un pulcino nascere.

Questa è una delle intuizioni più interessanti nel film di Pálfi, che a differenza del superiore EO (2022) di Jerzy Skolimowski, digitalizza i sogni dell’animale. La fabbrica di sogni più contemporanea sono le immagini che vengono trasmesse, e nel caso di Hen, le rappresentazioni che fanno gli esseri umani del mondo animale. Nel film di Skolimowski, l’asinello protagonista — in una sorta di remake del capolavoro di Bresson Au hasard Balthazar (1966) — osserva i cavalli correre liberi nella prateria, mentre lui è rinchiuso, destinato a un’atroce fine. Sognava, e forse un po’ invidiava, guardando qualcosa in carne d’ossa, in Hen lo si fa osservando una rappresentazione.

Fuggita da un allevamento intensivo, appena nata, una gallina inizia la sua avventura tra predatori e insidie del mondo urbano. Quando il pennuto si ritrova all’interno di un ristorante dismesso, osserva il corso della vita umana, con la sopraffazione come elemento ricorrente nei comportamenti degli uomini.

Le piume della gallina sono nere, e le gerarchie all’interno dei pollai sembrano essere ben delineate, così come quelle tra gli esseri umani, in cui il traffico di migranti clandestini da parte di un gruppo di criminali farà da contorno all’avventura della nostra protagonista, che sarà anche complice inconsapevole di una carneficina.
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​Dopo una prima parte estremamente funzionale, in cui il percorso da puro road movie della gallina parte dalla sua nascita e dalla sua volontà di sfuggire a un fatale destino, il film si arena nella seconda, con l’entrata in scena dell’essere umano e di una facile — e troppo leggibile — analogia tra il nostro mondo e quello animale.

Il paragone con la pellicola di Skolimowski viene da sé, con l’avventura di un animale che cerca di cambiare il proprio destino e con il mondo umano — e tutte le sue brutture — che fa da contorno alla sua esistenza. Il segreto è sempre lo stesso: quello di rendere più espressivo, empatico, simpatico e naturalmente succube, il protagonista rispetto all’uomo. Il racconto si forma da solo e così il rapporto tra il pubblico e l’animale si consolida facilmente.

Manca qualche intuizione nell’idea di messa in scena, e le sequenze migliori della pellicola sono tutte nella prima parte. Come quella iniziale all’interno degli ingranaggi chapliniani dell’allevamento intensivo da cui la nostra protagonista scapperà, e l’inseguimento — ai limiti del cartoonesco — con una volpe affamata. Con lo scorrere dei minuti e con lo stabilirsi della gallina nel ristorante, il film perde quella forza iniziale, diventando prevedibile nel tracciare il rapporto tra gli esseri umani e le galline, nel pollaio chiamato Terra.
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Di Saverio Lunare
03/06/2026

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