HOKUM - QUANDO IL FOLKLORE TI SALVA LA VITA
Il terzo lungometraggio del regista irlandese Damian McCarthy è un horror sull’elaborazione, sulla scoperta di una verità personale — che attraversa il senso di colpa — raggiunta grazie a un’esperienza, a un viaggio e a un contatto con la paura.
Ohm Bauman (Adam Scott) è un saccente e cinico scrittore statunitense che decide di recarsi in Irlanda per spargere le ceneri dei propri genitori in un luogo in cui sono stati felici. L’hotel in cui Ohm soggiorna nasconde dei segreti sotterranei che abbracciano i racconti folkloristici del luogo e con cui il protagonista deve presto fare i conti.
L’uomo e scrittore americano, incontrando il folklore europeo, le streghe, i gessi, i libricini, le fiaschette di whiskey e le persone del luogo, riesce a cambiare, a elaborare — non soltanto un lutto, ma una responsabilità — e compiere un viaggio, fisico e psicologico, verso la consapevolezza, e dunque la salvezza.
Quando Ohm arriva in Irlanda è già morto, è una persona e un artista finito, con la volontà di chiudere la sua trilogia di romanzi con il solito finale privo di speranza verso il futuro. Lo vediamo inizialmente chiuso nella sua stanza statunitense, al buio, solo, senza nessun desiderio di vita sia dentro di sé che all’interno dell’epilogo che sta scrivendo. L’Irlanda si trasforma così nella Svezia di Midsommar: un luogo in cui attraverso un’esperienza fortemente connessa con il territorio, i protagonisti mutano, e l’hotel nell’Overlook di Shining, in cui la realtà inizia, forse, a confondersi con le proiezioni degli incubi dell’inconscio umano.
Ohm Bauman (Adam Scott) è un saccente e cinico scrittore statunitense che decide di recarsi in Irlanda per spargere le ceneri dei propri genitori in un luogo in cui sono stati felici. L’hotel in cui Ohm soggiorna nasconde dei segreti sotterranei che abbracciano i racconti folkloristici del luogo e con cui il protagonista deve presto fare i conti.
L’uomo e scrittore americano, incontrando il folklore europeo, le streghe, i gessi, i libricini, le fiaschette di whiskey e le persone del luogo, riesce a cambiare, a elaborare — non soltanto un lutto, ma una responsabilità — e compiere un viaggio, fisico e psicologico, verso la consapevolezza, e dunque la salvezza.
Quando Ohm arriva in Irlanda è già morto, è una persona e un artista finito, con la volontà di chiudere la sua trilogia di romanzi con il solito finale privo di speranza verso il futuro. Lo vediamo inizialmente chiuso nella sua stanza statunitense, al buio, solo, senza nessun desiderio di vita sia dentro di sé che all’interno dell’epilogo che sta scrivendo. L’Irlanda si trasforma così nella Svezia di Midsommar: un luogo in cui attraverso un’esperienza fortemente connessa con il territorio, i protagonisti mutano, e l’hotel nell’Overlook di Shining, in cui la realtà inizia, forse, a confondersi con le proiezioni degli incubi dell’inconscio umano.
Damian McCarthy si riconferma come uno dei migliori registi contemporanei nello scrivere, costruire e mettere in scena i jump scares. Con il precedente Oddity (2024) — che purtroppo in Italia ha bypassato la sala, così come il suo esordio Caveat (2020) — aveva messo in mostra tutta la sua bravura registica nel gestire l’archetipo stilistico più abusato all’interno del cinema horror, utilizzando l’aspettativa della paura come punto di forza per creare l’atmosfera della sua pellicola. Anche in Hokum McCarthy impartisce una lezione registica su come si utilizza l’archetipo, su come renderlo protagonista assoluto della tensione.
Esemplificativo è l’uso che il regista fa dei ricordi del protagonista, di ciò che nel passato rappresenta un momento traumatico e che appare nel presente sotto forma di incubo visivo; una deformazione della realtà filtrata da un ricordo, un’immagine che cambia a seconda dell’istante e di ciò che viene vissuto intorno a quell’immagine.
Per la prima volta viene distribuito nelle sale italiane un horror di questo affascinante regista irlandese, il nostro consiglio è di non lasciarsi sfuggire la possibilità di scoprire Damian McCarthy e il suo cinema fatto di luoghi, oggetti, racconti e psicologie umane che cambiano attraverso l’orrore.
Esemplificativo è l’uso che il regista fa dei ricordi del protagonista, di ciò che nel passato rappresenta un momento traumatico e che appare nel presente sotto forma di incubo visivo; una deformazione della realtà filtrata da un ricordo, un’immagine che cambia a seconda dell’istante e di ciò che viene vissuto intorno a quell’immagine.
Per la prima volta viene distribuito nelle sale italiane un horror di questo affascinante regista irlandese, il nostro consiglio è di non lasciarsi sfuggire la possibilità di scoprire Damian McCarthy e il suo cinema fatto di luoghi, oggetti, racconti e psicologie umane che cambiano attraverso l’orrore.
Di Saverio Lunare
06/08/2026