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HOT MILK

RECENSIONE

HOT MILK - LE GABBIE GENERAZIONALI NEL DESERTO DELL'ANDALUSIA

Quando Vicky Krieps entra in scena — nell’esordio di Rebecca Lenkiewicz — lo fa a cavallo, osservata dalla Sofia di Emma Mackey come se fosse un miraggio. Esattamente come i cowboy che dominavano l’Andalusia — regione spagnola in cui è ambientato Hot Milk -- nei set di Sergio Leone e dei grandi western italiani.

Il primo sguardo che riceve il personaggio di Ingrid (Vicky Krieps) è la cosa migliore di Hot Milk e non soltanto per il viaggio cinematografico che ci ha fatto fare. In quella sequenza si percepisce tutto il desiderio che la giovane Sofia prova nei confronti di una donna più grande e più “vissuta”, il corpo della Krieps, possente e simbolo di una dominanza femminile — ci sconvolse tutti ne Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson — viene esaltato dallo sguardo di Sofia, dai suoi occhi e dalle gocce di acqua salata che scendono sul suo viso.
È il primo incontro tra le due: Sofia è in viaggio con la madre Rose (Fiona Shaw) che non riesce a camminare ed è in cura da un dottore di Almería, mentre Ingrid è una sensuale donna tedesca che vive una vita libera, ma è profondamente traumatizzata da un evento che ha sconvolto il suo passato.

Rebecca Lenkiewicz, sceneggiatrice di Ida (2013) e Disobedience (2017), ha sempre costruito personaggi che devono scoprire parti di sé. Sia nel capolavoro di Pawlikowski che nell’ottimo film di Sebastián Lelio, le protagoniste partono da uno stato confusionario, da un’inconsapevolezza di ciò che provano e della direzione che vogliono prendere, e lentamente — viaggiando o connettendosi anche sessualmente con altre donne e altri personaggi — daranno un senso al proprio essere, e non sempre ciò si trasmuta in positività, come nel tragico finale di Ida.
Foto
Il suo esordio dietro la macchina da presa non si distacca dai suoi lavori come sceneggiatrice. Anche Sofia, ingabbiata da una madre convinta di star male, cerca una propria direzione. Almería, con le sue spiagge, le sue case bianche e i suoi deserti, sembra essere il luogo ideale per conoscersi, per liberarsi dalle gabbie e per entrare in contatto con il proprio essere.

Ma se i film sceneggiati dalla Lenkiewicz citati in precedenza sono riusciti a lasciare il segno, grazie anche a un’egregia gestione registica da parte dei due esperti autori, in Hot Milk si percepiscono i classici difetti da opera prima. La regista scivola in tutti gli stilemi — a volte sempliciotti — da film d’autore: dalle metafore superficiali (il cane legato o l’acqua percepita costantemente impura) al senso di colpa nei confronti di un avvenimento passato, arrivando alla dislocazione come soluzione per raggiungere la consapevolezza di sé (che abbiamo visto essere un tratto distintivo della penna di Lenkiewicz, ma che appartiene anche a una classica impostazione da film autoriale). Tutto in Hot Milk lascia presagire a un formulaico metodo per fare cinema e per fare cinema che sa già dove dirigersi e che mercato poter cavalcare.

Questo non cancella le cose positive presenti in Hot Milk, partendo dalle attrici protagoniste. Tre magnetiche presenze, che interpretano tre donne rappresentative di diverse sensazioni generazionali. Dall’auto ingabbiamento di una vita in discesa ricca di rimorsi (la Rose di Fiona Shaw), passando per la donna che si crede libera ma che in realtà è reclusa nel proprio senso di colpa (Vicky Krieps e la sua Ingrid), arrivando a quel limbo tra l’essere una ragazza e diventare un’adulta, con la paura di non riuscire a portare a termina nulla e il desiderio di vita, interpretato da Emma Mackey nella protagonista Sofia.

Hot Milk  —  seppur riuscito soltanto in parte  — ​ incuriosisce per i futuri progetti della regista britannica, figura di spicco della drammaturgia teatrale Inglese che dopo l’ottimo lavoro da sceneggiatrice esordisce alla regia cinematografica con un film che non si distacca dalle sue ossessioni artistiche ma che, per esaltarci, avrebbe necessitato di una maggiore forza stilistica.
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Di Saverio Lunare
25/08/2025

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