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HUNDREDS OF BEAVERS

RECENSIONE

HUNDREDS OF BEAVERS - UN CASTORO DOPO L'ALTRO PER UN DIVERTIMENTO D'AVANGUARDIA

​Il cinema comico sarà sempre all'avanguardia, ma bisogna saperlo fare. Pochi film oggi hanno avuto il coraggio, l'ambizione e, per l'appunto, la voglia di farci divertire come avviene nelle quasi due ore di spettacolo con cui Hundreds of Beavers esplode davanti ai nostri occhi. Nell'epoca del divertimento pervasivo da scrolling verticale, il film di Mike Cheslik fa un passo indietro per farne centinaia avanti, facendoci ritrovare l'idea di un cinema che nella sua povertà di mezzi ci lascia gioire della sua ricca e inesauribile inventiva.

Innanzitutto si torna alle origini del cinema muto, alle particelle elementari del genere comico, quelle di Buster Keaton e Harold Lloyd, non come semplice atto di retroguardia o rivisitazione nostalgica di un cinema che non c'è più, ma come riappropriazione e proiezione di quegli strumenti espressivi dentro un'epica slapstick che trova un nuovo senso nella nostra contemporaneità. Elaborato come una parodia di un sottogenere del western, quello che racconta le sopravvivenze dei trapper tra le montagne dei Grandi Laghi, il film richiama The Revenant e prima di tutto il Jeremiah Johnson di Robert Redford, palesemente omaggiato in più di un tic dall iconico lavoro di mimica e acconciatura sull'attore (e anche sceneggiatore) Ryland Brickson Cole Tews nei panni di Jake Kayak.

Sopravvissuto ad una ecosbornia di acquavite di mele che ha sommerso sotto la neve il suo regno di botti e boccali, Jake riemerge dalla sua fantasia musicale per ritrovarsi in un paesaggio ostile. Dall'improvvisazione di banali ragionamenti di sopravvivenza primitiva, all'apprendere, non senza continui inciampi e dispetti dietro ogni angolo, una graduale dimestichezza con i rudimenti della caccia, gli si presenta una fauna selvatica antropomorfa con bizzarri costumi dai tratti perturbanti di un cartone animato che si è intrufolato nella nostra realtà, mantenendo l'espressione neutra e diabolica di una maschera gigante. Prima i conigli, poi i procioni, e infine i famosi castori del titolo che si presentano trasportando tronchi d'albero da qualche parte.
Foto
​Con questi pochi tratti iniziali, si anima un indiavolato e demenziale worldbuilding in cui Jake Kayak si muove dentro un patchwork di animazioni, costumi e fondali, finti e reali, finemente intessuti dall'artigianato digitale di Mike Cheslik, qui regista, montatore e, prima di tutto, esperto di after effects, che ha messo in piedi una macchina a basso costo votata a sostenere il suo lavoro colossale di post-produzione a seguito di un periodo di riprese ridotto a pochi collaboratori, tra amici e, come già narra la leggenda dal backstage, tanta birra prima di indossare quei costumi che hanno spopolato sul web e poi nelle proiezioni evento dei tour che hanno animato il fenomeno promozionale dal basso che già si studia ai corsi di cinema.

Cheslik e il suo protagonista Jake Kayak si spingono oltre la semplice intuizione sulla carta, bensì esplorano le infinite possibilità espressive che stratificano un mondo di gioco perfettamente calato nelle logiche del linguaggio videoludico, avvicinandosi a quel processo di fissione tra cinema (se non proprio installazione) e videogioco che un blockbuster come John Wick 4 aveva già esplorato fino alle sue estreme conseguenze.

Ogni gag è parte di un lavoro giocoso e complesso, dove i goffi fallimenti del protagonista rilanciano la sfida reinventandosi all'interno della sua pirotecnica architettura narrativa, a partire dai primi segnali d'allerta in chiave Metal Gear Solid. Si stabiliscono le regole, gli elementi e le figure principali, con una vera e propria agenda di supporto nella mappa di gioco, mentre la missione "evolverà" verso la castità della figlia del geloso padrone dell'emporio dove il prezzo di ogni nuovo strumento corrisponde al numero preciso di conigli, pesci, lupi, fino alle centinaia di castori necessari per "sbloccare" il matrimonio finale. E per arrivare a lei si presentano le cosiddette sidequest con figure di supporto, come quella del mentore nei panni del già esperto cacciatore che viaggia a bordo della sua slitta trainata da cani succinti con cinghie sadomaso.

​Questa e altre parentesi narrative si caricano di un loro senso poetico all'interno del clima sempre più surrealista che culminerà nell'atto finale, quello della segretissima roccaforte dei castori dentro cui ci cela il motivo di una vendetta animalista e la fantasia, sempre più reale e attuale, di un ecocidio definitivo della civiltà. E prima che ciò succeda, ci premuriamo di augurarvi un buon divertimento.
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Di Emilio Occhialini
15/03/2026

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