I FANTASTICI 4: GLI INIZI - IL RETROFUTURISMO CONSERVATORE DELLA MARVEL
Dopo i recenti flop di critica e botteghino, La Marvel cerca di dare una sterzata positiva per interrompere il negativo trend con I fantastici 4: gli inizi, e quale modo migliore per imbonirsi il pubblico se non tornando alle origini? Realizzando un film in cui i supereroi si riappropriano del potere edonistico.
Il world building ideale è presto dato: un mondo identico alla Terra ma che non è il nostro pianeta — denominato Terra 828 — in cui tutto ricorda gli anni ‘60, dall’oggettistica al rapporto tra media e popolo: il luogo ideale dove poter far agire i nostri supereroi all’interno di un non precisato ordine politico, dato che le decisioni globali vengono dettate dal gruppo di ex-navigatori spaziali in possesso di poteri (dunque legittimati a governare).
Niente di nuovo, è lo stilema classico dei film supereroistici, ed è il modo più sicuro per riavvicinarsi a un pubblico che aveva abbandonato la baracca dopo la saturazione di intrecci interdimensionali e di prodotti che viaggiano all’interno di diversi canali distributivi: dal cinema alla serialità televisiva. Ed è proprio per merito di una serie che Matt Shakman è entrato nelle grazie degli Studios con a capo Kevin Feige, la sua WandaVision (2021) ha convinto la Marvel a dargli in mano il rilancio de I Fantastici 4 dopo il disastro di dieci anni fa. Riproporre l’estetica retrofuturista che Shakman ha ideato per WandaVision è sembrata a Feige e co. l’idea migliore per “un nuovo inizio”: dopo anni un prodotto firmato Marvel che dovrebbe reggersi da sé e che per essere fruito non necessita di essere supportato dalla visione di prodotti passati.
“Gli inizi” del titolo — First Steps in originale — dunque, non si rifanno agli inizi dei supereroi (quelli vengono racchiusi nel classico spiegone di dieci minuti), ma, forse, a un nuovo approccio da parte degli Studios, in cui un prodotto dev’essere godibile indipendentemente dagli altri, senza ovviamente trascurare il lavoro editoriale della Marvel; non a caso una delle due scene post-credit darà il via a un risvolto connesso con i futuri progetti della casa, ma rendendo il tutto più leggibile per chi “viene da fuori”.
Il world building ideale è presto dato: un mondo identico alla Terra ma che non è il nostro pianeta — denominato Terra 828 — in cui tutto ricorda gli anni ‘60, dall’oggettistica al rapporto tra media e popolo: il luogo ideale dove poter far agire i nostri supereroi all’interno di un non precisato ordine politico, dato che le decisioni globali vengono dettate dal gruppo di ex-navigatori spaziali in possesso di poteri (dunque legittimati a governare).
Niente di nuovo, è lo stilema classico dei film supereroistici, ed è il modo più sicuro per riavvicinarsi a un pubblico che aveva abbandonato la baracca dopo la saturazione di intrecci interdimensionali e di prodotti che viaggiano all’interno di diversi canali distributivi: dal cinema alla serialità televisiva. Ed è proprio per merito di una serie che Matt Shakman è entrato nelle grazie degli Studios con a capo Kevin Feige, la sua WandaVision (2021) ha convinto la Marvel a dargli in mano il rilancio de I Fantastici 4 dopo il disastro di dieci anni fa. Riproporre l’estetica retrofuturista che Shakman ha ideato per WandaVision è sembrata a Feige e co. l’idea migliore per “un nuovo inizio”: dopo anni un prodotto firmato Marvel che dovrebbe reggersi da sé e che per essere fruito non necessita di essere supportato dalla visione di prodotti passati.
“Gli inizi” del titolo — First Steps in originale — dunque, non si rifanno agli inizi dei supereroi (quelli vengono racchiusi nel classico spiegone di dieci minuti), ma, forse, a un nuovo approccio da parte degli Studios, in cui un prodotto dev’essere godibile indipendentemente dagli altri, senza ovviamente trascurare il lavoro editoriale della Marvel; non a caso una delle due scene post-credit darà il via a un risvolto connesso con i futuri progetti della casa, ma rendendo il tutto più leggibile per chi “viene da fuori”.
Ma questo nuovo inizio, è riuscito nell’apparente impresa di rispolverare un brand che ha visto susseguirsi una serie di flop dopo l’altro? Se Matt Shakman ha levato un po’ di polvere dalla Marvel “incrostata” ormai dalla dubbia gestione, nello stesso tempo è riuscito a metterne una bella dose sulla narrazione cinematografica e supereroistica. Perché nel 2025 del conservatorismo de I Fantastici 4: Gli inizi ce ne facciamo davvero poco, soprattutto dopo che la narrazione del genere è andata oltre — dai recenti lavori di James Gunn anche all’interno della stessa Marvel, a quelli a quanto pare inarrivabili di Raimi e del Toro — e del concetto di dilemma morale personale e di senso di colpa come espressione di se stessi, non ne avevamo bisogno.
Da Reed Richards (Pedro Pascal) — Mr. Fantastic dopo l’incidente — a Silver Surfer (Julia Garner), il peso delle scelte è sempre filtrato dal singolo al comando e da un’idea conservatrice di importanza individuale. Emblematica la sequenza in cui Silver Surfer attacca la Terra 828 per conto del divoratore di mondi Galactus, e John Storm (Joseph Quinn), che ha decifrato il linguaggio di Silver Surfer, la mette di fronte al suo senso di colpa verso i pianeti che ha fatto distruggere. Una sequenze che si regge totalmente sul singolo e non sulla collettività. Per tutta la durata della pellicola la collettività è gestita malissimo da Shakman, rappresentativa di un film in cui alla base dei comportamenti è presente l’edonismo e se vogliamo cercare una direzione parodistica del tutto, anche grazie all’ambientazione anni ‘60 in linea con il tema, abbiamo troppi pochi ingredienti per abbracciare la teoria.
La famiglia prima di tutto, con Sue Storm (Vanessa Kirby) e Reed Richards che farebbero di tutto pur di salvaguardare il loro bambino Franklin — merce di scambio richiesta da Galactus per saziare la sua fame di mondi e risparmiare la Terra — anche morire, dato che l’aver messo al mondo un figlio ridà vita in questo film in cui i supereroi governano e hanno un rapporto mediatico con il popolo tra i più insulsi e faciloni che si potessero creare. Il paragone con il Superman di James Gunn viene naturale, lì i media sono rappresentati come il vero punto debole dell’uomo, come la reale contemporanea kryptonite capace di scandire gli ordini globali e di sconfiggere prima Superman e successivamente, ponendo il giornalismo al centro, Lex Luthor. Qui invece, basta un discorso in pubblica piazza per rassicurare gli animi del popolo e tenerli buoni — dunque le similitudini con l’attuale presidente degli USA non si limitano a una torre come centro di controllo e al comando edonistico (?) — raccontando il rapporto individuo-collettività nella maniera più banale possibile.
Se era questo ciò che il pubblico cercava per riappacificarsi con la casa di produzione sotto il comando della Disney, abbiamo dei problemi di partenza. Perché non basta creare per la prima volta dopo anni un film fruibile da tutti per “redimersi”, soprattutto se quel film in realtà sembra essere il più vecchio di tutti e non per il retrofuturismo, quanto per la sua grande vena conservatrice.
Da Reed Richards (Pedro Pascal) — Mr. Fantastic dopo l’incidente — a Silver Surfer (Julia Garner), il peso delle scelte è sempre filtrato dal singolo al comando e da un’idea conservatrice di importanza individuale. Emblematica la sequenza in cui Silver Surfer attacca la Terra 828 per conto del divoratore di mondi Galactus, e John Storm (Joseph Quinn), che ha decifrato il linguaggio di Silver Surfer, la mette di fronte al suo senso di colpa verso i pianeti che ha fatto distruggere. Una sequenze che si regge totalmente sul singolo e non sulla collettività. Per tutta la durata della pellicola la collettività è gestita malissimo da Shakman, rappresentativa di un film in cui alla base dei comportamenti è presente l’edonismo e se vogliamo cercare una direzione parodistica del tutto, anche grazie all’ambientazione anni ‘60 in linea con il tema, abbiamo troppi pochi ingredienti per abbracciare la teoria.
La famiglia prima di tutto, con Sue Storm (Vanessa Kirby) e Reed Richards che farebbero di tutto pur di salvaguardare il loro bambino Franklin — merce di scambio richiesta da Galactus per saziare la sua fame di mondi e risparmiare la Terra — anche morire, dato che l’aver messo al mondo un figlio ridà vita in questo film in cui i supereroi governano e hanno un rapporto mediatico con il popolo tra i più insulsi e faciloni che si potessero creare. Il paragone con il Superman di James Gunn viene naturale, lì i media sono rappresentati come il vero punto debole dell’uomo, come la reale contemporanea kryptonite capace di scandire gli ordini globali e di sconfiggere prima Superman e successivamente, ponendo il giornalismo al centro, Lex Luthor. Qui invece, basta un discorso in pubblica piazza per rassicurare gli animi del popolo e tenerli buoni — dunque le similitudini con l’attuale presidente degli USA non si limitano a una torre come centro di controllo e al comando edonistico (?) — raccontando il rapporto individuo-collettività nella maniera più banale possibile.
Se era questo ciò che il pubblico cercava per riappacificarsi con la casa di produzione sotto il comando della Disney, abbiamo dei problemi di partenza. Perché non basta creare per la prima volta dopo anni un film fruibile da tutti per “redimersi”, soprattutto se quel film in realtà sembra essere il più vecchio di tutti e non per il retrofuturismo, quanto per la sua grande vena conservatrice.
Di Saverio Lunare
27/07/2025