I MIGLIORI FILM DEL 2023
Il 2023 è stato un anno di parziale rinascita per le sale. Il fenomeno globale del Barbenheimer e quello nazionale di C'è ancora domani, hanno contribuito a risollevare gli incassi delle sale cinematografiche. Il nostro 2023 è stato ricco di meravigliose opere che, aldilà del botteghino, meritano di essere citate in questa lista dei migliori film usciti quest'anno.
I film sono in ordine di uscita e non di gradimento.
I film sono in ordine di uscita e non di gradimento.
babylon di damien chazelleDa un lato Hollywood è un mondo sporco e fetido che ti prende, ti porta in alto per poi distruggerti e rigettarti come un buco nero di sfruttamento e prosciugamento dell’anima. Dall’altro ci ha dato Babylon.
Lacrime, sangue, saliva e liquidi corporei di ogni genere e provenienza sono indispensabili e funzionali per un film carnale come questo, che vuole accumulare questo caos vitalistico e sbatterlo senza pietà addosso allo spettatore, un caos che agli albori del cinema era libertà e anarchia, per poi diventare negli anni ‘30 sublimazione di ansie dovute al cambiamento dell’industria e della morale. Babylon è un film a due facce: una mostra molto risentimento e frustrazione nei confronti di Hollywood come industria. Emblematica la sequenza orrorifica con Tobey Maguire, nella quale vediamo che “la nuova morale” ha represso le proprie pulsioni fino a tramutarle in una specie di inferno dantesco, in cui i propri istinti vengono esercitati in un buco nascosto di Los Angeles nel modo più perverso e malato possibile. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
DECISION TO LEAVE di park chan-wookHitchcockiano fino in fondo, ma senza snaturare il suo stile.
Decision to leave è il punto esclamativo sulla filmografia di Park Chan-wook, il suo cinema si è sublimato, toccando la perfezione registica e l'intrigante plot narrativo. Il film di Park Chan-wook è un thriller apparentemente classico, ma che nasconde una grande complessità nei rapporti umani. Essi sono il vero fulcro della storia e il grande regista coreano lo sa, trasforma il suo thriller in una meravigliosa storia d'amore ma sempre riconducibile alla firma di Park Chan-wook. |
GLI SPIRITI DELL'ISOLA di martin mcdonaghAgli inizi degli anni venti del XIX secolo la guerra civile irlandese è viva sulla terra ferma, ma sull’isola di Inisherin un’altra guerra è in atto: quella tra Pádraic Súilleabháin (Colin Farrell) e il suo compagno di bevute e chiacchiere giornaliere Colm Doherty (Brendan Gleeson). Il motivo scatenante è il rifiuto di proseguire il rapporto amichevole da parte di Colm, stanco degli argomenti noiosi e inutili che Pádraic espone quotidianamente.
Il film non è solo questo, non è soltanto una grande metafora bellica. L’opera è una storia di separazione, un divorce movie che farà breccia nei sentimenti del pubblico. L’equilibrio formale della pellicola è realizzato con maestria. Soltanto una grande penna come quella di McDonagh riesce a far coesistere perfettamente i vari livelli narrativi, provocando sensazioni diverse allo spettatore nell’arco di brevissimi periodi. Si passa dalla risata dissacrante alla lacrima di commozione, senza mai che l’una divori l’altra. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
holy spider di ali abbasiRahimi, intrerpretata da una meravigliosa Zahra Amir Ebrahimi (ruolo che le è valsa il premio come migliore attrice), è una giornalista che sbarca da Teheran nella città religiosa di Mashhad per indagare e documentare gli omicidi dell’ “Assassino Ragno”, un serial killer che colpisce le donne che si prostituiscono tra le strade della città iraniana.
L’opera è travolgente, il regista alterna le sequenze di omicidi a quelle delle indagini da parte di Rahimi cercando di analizzare due facce della stessa medaglia dell’Iran. La discriminazione che la giornalista riceve nell’ambito lavorativo in quanto donna è solo una fase pregressa della missione che Saeed vuole portare a termine, il femminicidio è una conseguenza del comportamento maschile nei confronti di Rahimi. Ella non può soggiornare nell’albergo in quanto donna sola, non è libera di mostrare i capelli o fumare davanti a uomini ed è conosciuta per aver avuto “un’avventura” con il suo ex redattore (in realtà la donna è stata vittima di abuso). Clicca qui per leggere la recensione completa... |
argentina, 1985 di santiago mitreDopo otto anni di dittatura militare con a capo il generale Jorge Videla (1976-1983), l’Argentina ha finalmente un governo democratico, è stato eletto presidente Raúl Ricardo Alfonsín. Ma al popolo argentino non basta.
Gli anni di orrore, di sangue, di sparizioni e morti corrono ancora nelle vene del Paese, che merita e deve ottenere giustizia. Il caso è affidato ai procuratori Julio Strassera e Luis Moreno Ocampo, che insieme al loro team, devono mostrare le colpe e le ingiustizie svolte da Videla e dalla sua giunta militare. Santiago Mitre racconta il caso giudiziario nel suo ultimo lungometraggio: Argentina, 1985 presentato in concorso alla 79ª edizione del Festival del cinema di Venezia. Il regista fa percepire immediatamente allo spettatore l’importanza del caso, il Paese deve ottenere giustizia per proseguire nella democrazia, le colpe della dittatura devono essere mostrate, si deve fare luce e il dolore della gente va testimoniato. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
leila e i suoi fratelli di Saeed RoustaeeQuanto il patriarcato fa male agli uomini? Si, perché i fratelli di Leila sono succubi di un retaggio che li vede totalmente passivi al loro genitore, mentre Leila (Tarane Alidousti) è l’unica che ha capito che il mondo sarà (e deve essere) donna.
La forza del film di Saeed Roustaee è la sua internazionalità, parla a chiunque e non si limita al territorio iraniano. Principalmente grazie ad una forza narrativa travolgente, la tensione è costante e sembra sempre essere al limite di un esplosione che porterebbe a gesti estremi. A partire dal titolo della pellicola, capiamo che Leila è al centro, ma non perché sia effettivamente la protagonista del film, ma perché i fratelli devono affidarsi a lei per dare una svolta alla propria vita. La donna funge da traino di una rivoluzione, bisogna staccare quel cordone ombelicale che tiene il maschio legato terribilmente alle proprie convinzioni e al proprio retaggio. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
as bestas di rodrigo sorogoyenAncora una volta, un altro miracolo cinematografico firmato Rodrigo Sorogoyen. Dopo aver diretto un poliziesco tra i più riusciti dell’ultimo millennio: Che dio ci perdoni (2016) e aver girato un film di intrighi politici come se fosse un action (e che action): Il Regno (2018), il regista spagnolo si riconferma come il vero nuovo volto del cinema europeo contemporaneo con la sua ultima pellicola: As Bestas.
As Bestas analizza i colonizzati e i colonizzatori, i poveri e i ricchi, i vincitori e i perdenti, gli uomini e le donne. Perché chi arriva in un altro Paese con lo scopo di migliorarlo, avendo letto un libro in più degli altri, avendo una moglie e dei figli, cercando di reinventarsi un ruolo nel mondo deve fare i conti con chi in quel posto c’è da sempre, non ha cultura, non ha mai conosciuto una donna e ha sempre vissuto nella fatica e nell’ignoranza. Ma As Bestas non è solo questo, perché nel film di Sorogoyen è presente anche il rapporto uomo-donna, il dolore che la lotta patriarcale consegue nei confronti del genere femminile, che l’unica cosa che può fare è resistere e combattere, combattere fino all’incredibile sequenza finale, combattere fino ad ottenere verità e giustizia. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
beau ha paura di ari asterAl suo terzo lungometraggio Ari Aster decide di rischiare, di portare in scena un film assurdo e imprendibile.
Beau ha paura è il viaggio di una persona oppressa dal rapporto genitoriale (tipico di Aster), ma questa oppressione ha reso Beau non soltanto completamente inadeguato a rapportarsi con il sesso opposto, ma anche con il mondo intero. Il terrore di ogni cosa scandisce la vita dell'uomo che deve attraversare l'America per presenziare al funerale della madre. Un viaggio nell'assurdo quello di Beau, che incrocerà nel suo cammino misteriosi individui, che siano reali o solo proiezioni mentali del cervello distorto di Beau non importa. Perché ciò che conta per Aster è analizzare ciò che l'oppressione può causare sia nell'intelletto che nel fisico di un essere umano |
rapito di marco bellocchioRaccontare l’antisemitismo pre-olocausto: Roman Polanski nel 2019 presenta al Festival del cinema di Venezia J’accuse (edito in Italia con il titolo “L’ufficiale e la spia”) dove viene analizzato l’affaire Dreyfus, militare francese accusato e condannato dal proprio tribunale di alto tradimento, senza alcuna prova. Alfred Dreyfus fu estromesso dall’esercito sostanzialmente perché di religione ebraica.
L’élite che abusa del proprio potere per “far fuori” il diverso, tutto ciò ben cinquant’anni prima della seconda guerra mondiale e dell’insediamento dei campi di sterminio nazisti. Marco Bellocchio scava ancora più nel passato e lo fa nel nostro Paese. Il 23 giugno 1858 a Bologna viene sottratto dall’inquisizione Edgardo Mortara, un bambino di sei anni, ad una famiglia di religione ebraica. La motivazione è data dall’avvenuto battesimo di Edgardo quando era ancora un infante, successivamente il bambino viene trasferito nello Stato Pontificio dove verrà convertito al cristianesimo. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
HOURIA - LA VOCE DELLA LIBERTÀ di Mounia MeddourHouria - La voce della libertà: un titolo che esprime già l’intenzione della regista Mounia Meddour. Parlare di libertà.
La libertà di Houria che prova mentre danza, la libertà che le viene strappata quando subisce una grave aggressione, la libertà che vorrà riconquistare attraverso un lungo processo di guarigione, non solo fisica ma soprattutto mentale. E poi la libertà di un paese: l’Algeria. Un paese che non è fatto per Houria e non è fatto per le donne. Nonostante il mutismo di Houria, Mounia Meddour realizza un film tutt’altro che silenzioso. La musica, che domina tutto il film, diventa fonte di creatività, gioia e ribellione in un paese privo di giustizia e istituzioni. In questa Algeria dilaniata alcune donne tentano di ritrovare il loro spazio, di riappropriarsi della loro individualità, e lo fanno collettivamente. La voce di Houria (che è il suo corpo) diviene la voce di tutte le donne che l’hanno persa, o non l’hanno mai avuta. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
animali selvatici di cristian mungiuCome fare un film politico ma senza ottenere il facile consenso pubblico e retorico? Cristian Mungiu con il suo R.M.N (Animali selvatici) impartisce una lezione di cinema. Una lezione trasversale, che parte dalla scrittura, attraversa la regia, e si conclude nella creazione di un’opera che riesce a far ragionare lo spettatore ma che è costantemente nel limbo morale di ciò che è giusto o sbagliato, il tutto senza che la visione politica del regista venga meno, ed è proprio questa la forza di un film magistrale.
Senza mai mettersi davanti allo spettatore, ma sempre al suo servizio per raccontare una storia, Mungiu riesce comunque a realizzare momenti registici di grande impatto, fra tutti spicca la riunione cittadina in presenza del prete del Paese, e del sindaco. Messi fuori campo da Mungiu, che privilegia Matthias e Csilla in primo piano, che si stringono la mano, furtivamente. E il popolo, posto sullo sfondo, con una grandissima maestria da parte di Mungiu nell’uso della profondità, che animatamente cerca di far valere la propria ragione e convincere (con motivazioni grezze e razziste) a far espellere i cingalesi dal territorio rumeno. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
rheingold di fatih akin“Giwar, nato dalla sofferenza” queste sono le prime parole che Giwar (Emilio Sakraya) ascolta, perché sono le prime parole che sua madre Rasal (Mona Pirzad) pronuncia subito dopo aver partorito il piccolo. La Germania, la Nazione di Fatih Akin, perché se c’è un regista capace di raccontare storie di immigrati in grado di adattarsi al nuovo Paese - ma senza mai dimenticare le origini - quel regista è senza dubbio Fatih Akin. Che sorprendentemente, anche nella storia di Xatar: una storia vera, di un vero rapper, è riuscito ad integrare la sua vita, le sue storie, il suo cinema. Soltanto un regista come Fatih Akin poteva girare un film su Xatar con un legame così forte verso la storia che sta mettendo in scena. Dall’amore e la sensibilità che il regista ha verso la musica, alla forza che soltanto lui poteva dare alla vita da strada, alla piccola criminalità di Bronn e a quella più sviluppata di Amsterdam. E, ovviamente, soltanto Fatih Akin poteva girare le scene della resistenza curda con quella forza che da sempre attraversa il suo cinema, quella di una continua fuga verso terre migliori, ma con il sangue che resta sempre lo stesso e che Fatih Akin (come i suoi personaggi) non può dimenticare. Clicca qui per leggere la recensione completa...
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LA MOGLIE DI TCHAIKOVSKY di kirill serebrennikovLa Russia, quella Nazione che Kirill Serebrennikov non sente più sua. Rifugiato in Occidente dopo anni di lotta contro il proprio governo, tra carcere e divieti di produrre qualsiasi opera audio-visiva, il talentuoso regista torna a Cannes e racconta la storia di Antonina, schiacciata dalla sua Russia, terra di storpi e mendicanti, e del suo uomo, quel Tchaikovsky geniale al pianoforte, ma così debole lontano dai tasti.
Antonina Milyukova (Alena Mikhaylova) è follemente innamorata di suo marito, il genio compositore Pyotr Tchaikovsky (Odin Lund Biron), ma il musicista non ricambia tale sentimento anzi, Tchaikovsky non prova nessuna attrazione verso il genere femminile e sposando Antonina è convinto che la sua omosessualità possa essere nascosta alla pubblica opinione. Piccolo problema: Antonina Milyuokova non accetta di essere una pedina del gioco mediatico del compositore, non vuole più essere una donna vittima della società e del patriarca. Continuare ad esistere, è questo ciò che Antonina vuole. Perché se dovesse firmare per quel divorzio tanto voluto da suo marito (non ex-marito, come ci ricorda lei stessa) la sua esistenza sarebbe dimenticata, sarebbe soltanto un’altra donna che è servita a rafforzare un uomo. Antonina resiste per esistere, e poco importa se Tchaikovsky non l’abbia mai amata, adesso l’uomo deve assumersi le proprie responsabilità. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
killers of the flower moon di martin scorseseAncora una volta Martin Scorsese indaga sulla nascita degli Stati Uniti d’America, sul sangue che è stato versato e sulla sofferenza dei popoli che erano presenti dal principio su quel territorio, lo stesso territorio che ora è al centro del mondo, ma che non ha mai espiato i genocidi compiuti e le atrocità commesse. Il regista newyorkese, ancora una volta, prende una forte posizione politica, ed è incredibile come da oltre cinquant’anni riesca a dare un senso continuo al proprio cinema.
Nonostante pellicole diversissime tra loro, una cosa è certa nel cinema di Martin Scorsese: l’America è sangue, che siano i mafiosi italoamericani, i reduci di guerra del Vietnam, le gang newyorkesi di immigrati europei o i bianchi che sfruttano il popolo Osage per arricchirsi, gli USA sono nati, cresciuti e si sono affermati grazie alle morti altrui. Killers of the Flower Moon è un atto politico (quale film di Scorsese effettivamente non lo è?) e si pone come fulcro di una cultura, di una comunità. Perché Martin Scorsese chiede scusa, chiede scusa in quanto americano, chiede scusa perché quelle vittime non sono state mai menzionate nemmeno sulla tomba di Mollie, e perché il popolo Osage non ha mai avuto giustizia per le atrocità subite. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
anatomia di una caduta di justine trietAnatomia di una caduta è un film sulla mancanza e la negazione di qualcosa: che sia la verità, che siano prove durante un processo, che sia la comunicazione in famiglia o la vista di un bambino semicieco.
La regista Justine Triet mette in scena un processo che diventa simbolo di un’incomunicabilità insita nell’uomo, tra lingue diverse, incongruenze processuali, inaffidabilità di testimoni e dubbi invalicabili che non fanno altro che tendere a colmare quei buchi con la narrazione fittizia che ci sembra più probabile. Un semplice processo è girato come un thriller hitchcockiano, in cui pezzo dopo pezzo si tenta di ricostruire un puzzle impossibile di ricordi, romanzi che entrano nella realtà e memorie perse. Un puzzle di una regista a cui piace nascondere molti pezzi: la vittima non la vediamo mai, se non attraverso fotografie, ricordi o addirittura l’immaginazione di qualcun altro, la registrazione audio di una colluttazione fisica tra i due coniugi viene privata delle immagini e sarà impossibile stabilire chi colpisce chi. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
trenque lauquen di laura citarellaUn oggetto enigmatico, Trenque Lauquen è un "ufo" cinematografico. 260 minuti (distribuito in due parti da 120 l'una) di mistero, non semplicemente narrativo ma anche e sopratutto formale. Perché il film di Laura Citarella non è facilmente riconducibile ad opere passate, ha una sua singolarità (piaccia o no) ed è fortemente costituito da una personale visione cinematografica che rende la pellicola unica.
La prima sequenza ci mostra due uomini in forte apprensione, capiamo subito che stanno svolgendo un'indagine. I due sono Rafael (Rafael Spregelburd) e Ezequiel detto Chico (Ezequiel Pierri), l'indagine è finalizzata alla ricerca di Laura (Laura Paredes), studiosa di biologia e fidanzata di Rafael scomparsa da pochi giorni. Si apre così la pellicola di Laura Citarella, ma se pensiamo immediatamente ad un "giallo" classico verremo presto disorientati, perché il racconto della scomparsa di Laura non è lineare, anzi, nuove storie verranno scoperte, eventi apparentemente scollegati da quello di Laura prenderanno il sopravvento narrativo, ma esattamente come un mosaico, soltanto alla fine capiremo il perché queste storie sono il fulcro della scomparsa della donna. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
il cielo brucia di christian petzoldUna cosa è certa: il cinema di Petzold non è replicabile, non esistono registi in grado di cogliere le sensazioni umane come fa lui. Non importa la narrazione degli eventi, quella sì è molto classica, a fare la differenza è come il regista tedesco inquadra i corpi, gli sguardi, i desideri dei suoi protagonisti, cercando sempre di non accompagnare lo spettatore verso ciò che si aspetta o vuole. Ecco perché, tornando alle parole del regista: Nadja si innamora dello stronzo, anche se è davvero insopportabile, se mette al primo posto i suoi interessi prima di ogni cosa, anche se sottovaluta (errore madornale) Nadja, soltanto perché è una gelataia (e di letteratura cosa vuoi che ne capisca una che riempie coni e coppette?) Ma, Leon è si stronzo quanto disperato, e il cinema ama chi è reietto, chi non riesce ad esprimere ciò che prova e si preclude la felicità soltanto perché, da buon disperato, pensa che le cose per lui non andranno mai bene.
Il cielo sopra la testa di Leon e Nadja brucia, così come a bruciare è la voglia reciproca, ma che proprio come un incendio viene continuamente repressa. Perché innamorarsi di uno stronzo? Perché se quello stronzo è diretto da Christian Petzold viene sublimato, viene reso fulcro di uno sguardo sul desiderio che soltanto il regista tedesco può trasmettere. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
il male non esiste di ryusuke hamaguchiIl male non esiste perché fa tutto parte delle leggi della natura secondo Ryusuke Hamaguchi.
Una piccola comunità di montagna vive serenamente lontana dalla città, quando due funzionari di Tokyo sono incaricati di presentare agli abitanti un progetto per la costruzione di un campeggio. Da subito è chiaro ai locali che il progetto non tiene conto delle loro esigenze e del delicato ecosistema con la quale convivono. Il progetto presentato andrà ad inficiare l’impianto idrico locale, inquinando parzialmente l’acqua degli abitanti. “Chi si trova in cima al monte ha delle responsabilità nei confronti di coloro che sono a valle” spiega il sindaco del paese. Non c’è immagine migliore di questa per descrivere il conflitto che emerge nel film di Hamaguchi che, con un’apparente semplicità, costruisce una storia stratificata di forze contrapposte fra loro: il capitalismo contro la sostenibilità, l’uomo contro la natura. Clicca qui per leggere la recensione completa... |
foglie al vento di Aki KaurismäkiLe anime perse del cinema di Aki Kaurismäki. Anime che possono redimersi soltanto grazie ad un rapporto umano ed esattamente come in Ho affittato un Killer (1990) è l’amore l’unico mezzo con cui le persone possono davvero iniziare a vivere.
In Foglie al vento i due giovani (e decadenti) protagonisti vivono una vita incompleta, Ansa (Alma Pöysti) lavora presso un market, viene pagata così poco da dover rubare merce scaduta per sfamarsi, mentre Holappa (Jussi Vatanen) passa da un lavoro ad un altro e nel mentre non si fa troppi problemi a scolarsi l’impossibile. Due disgraziati, che troveranno rifugio soltanto nel loro rapporto, nonostante le mille difficoltà e l’eterna situazione precaria. Clicca qui per leggere la recensione completa... |